Le gioie dell’insegnamento novantasettesima

La docente rampante

di Marika Marianello

BaroneRampante

A forza di andare a scuola, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, prendono corpo e si fanno strada tra i sentimenti positivi, gli slanci d’amore e l’ambizione di cambiare il mondo una serie di rancori che si accumulano subdoli e corrosivi, come il calcare che ottura le bocchette dei rubinetti.

E le vacanze servono proprio ad affievolire e a placare questi risentimenti nei confronti di, in ordine: colleghi e colleghe, dirigente, vicepreside, segretarie, ausiliari tecnici, collaboratori e collaboratrici, maschi alfa misogini, genitori invadenti, bullette e bulletti vari in pieno disagio adolescenziale, emotivo e ormonale. La tua vocazione di ribelle e la tua natura conflittuale non ti permettono d’altronde di accettare supinamente alcuna prepotenza gratuita né tanto meno di lasciare a terra un guanto che ti è stato gettato ai piedi in chiaro segno di sfida.

Durante quei giorni di durissimo isolamento psico-fisico lontano dall’Urbe, i concetti chiave della tua vita come Lavoro, Scuola, Educazione, Didattica, Competenze, Programmi e via dicendo si dileguano in una coltre mentale che ha il potere di offuscare tutto quanto riguardi la Scuola e la quotidianità che così rigidamente la caratterizza; tuttavia, non scompaiono del tutto: vengono repressi nel subconscio e riaffiorano sotto forma di incubi notturni che vanno intensificandosi con l’avvicinarsi inesorabile della data di rientro. Ti svegli tutta madida di sudore, con la paranoia, la tachicardia, un urlo strozzato in gola, una sensazione pervasiva di malessere e una voglia irrefrenabile di mollare un cazzotto sul mento di qualche stronz@.

È quasi l’ora di rientrare nel grigiore: dal cancello intravedi già il volto austero del Dirigente che, ritto sulla soglia con una mano piantata nel fianco a mo’ di caffetteria, conta gli studenti che a capo chino entrano nell’Istituto uno ad uno, come le pecorelle di un gregge dirette all’ovile.

Ed è in quel momento che realizzi che tocca anche a te belare il solito Buongiorno che come di consueto non vedrà risposta. E allora, con lo sguardo fisso nel vuoto come una gallina in estasi cedi a un violento desiderio di salire sull’albero del cortile antistante all’entrata: ti arrampichi fino alla forcella d’un grosso ramo dove ti accomodi per benino con le gambe penzoloni, le braccia incrociate sotto le ascelle e la testa insaccata nelle spalle.

Il Dirigente ti vede, si sporge dalla porta e ti ammonisce:

«Professoressa, la smetta di fare i capricci e venga giù!»

«No!»

«Non se lo faccia ripetere!»

«No!»

«Guardi che è suonata!»

«No!»

«Quando sarà stanca di star lì sopra passi pure a trovarmi in Presidenza, Professoressa!»

«’Sto cazzo», fai tu dal ramo, eseguendo con finezza il gesto dell’ombrello.

«Le farò vedere io, appena scende!»

«E io non scenderò più!»

E mantenesti la parola.

Sordi

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