Le gioie dell’insegnamento novantaseiesima

Invisibilità

di Marika Marianello

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Non solo supplente, donna, (diversamente) giovane e precaria, ma per giunta di sostegno, riunendo così in un solo corpo insegnante tutte le caratteristiche dell’ultima sfigata di turno.

La tua presenza in classe, quando non sottilmente osteggiata da sbuffi d’insofferenza, frecciatine pungenti, sguardi torvi, atteggiamenti ostili o rimbrotti gratuiti, viene mal tollerata o del tutto sorvolata, e non fa altro che sottolineare, tuo malgrado, la solitudine e l’isolamento e l’esclusione patite dalla persona in condizione di disabilità che affianchi; emarginazione che si traduce anche in distanze prossemiche, a partire dalla disposizione dei banchi.

Ecco a voi, signori e signore, la Dis-abilità: uno dei grandi tabù della miserabile società in cui viviamo.

Sei lo scudo dei pregiudizi che la media dei docenti curricolari nutre nei confronti di ragazzi e ragazze portatori di handicap, ovvero coloro “che, a causa di una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che comporta difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa, vivono una situazione di svantaggio sociale o di emarginazione nel contesto sociale di riferimento” e che, quando grave, “necessitano di un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione” (art. 3, comma 1, della legge n. 104/1992).

Ragazzi e ragazze che, ad esempio, non sono in grado di deambulare in autonomia, di assumere alimenti, di espletare le funzioni fisiologiche o provvedere all’igiene personale, e che quindi necessitano di sorveglianza *continuativa*, laddove continuativa vuol dire da quando arriva il pullmino alle 8 di mattina a quando torna a prenderli alle 13; continuativa nel senso che non possono allontanarsi dal tuo raggio d’azione, che se puta caso devi andare un attimo in bagno durante il servizio devi ricorrere a un collaboratore o a un collega. È come se mettessi la tua autonomia a disposizione del tuo studente, per cui tu la perdi temporaneamente. “Autonomia”: un parola che per un ragazzo o una ragazza con gravi ritardi mentali (DSM-5: quali microcefalia, ad esempio) rimanda a un concetto davvero astratto; non vuol dire solo acquisire alcune competenze ma riconoscersi adulto/a e sentirsi tale; non significa “fare tutto da soli” ma integrare le proprie abilità con quelle degli altri e saper chiedere aiuto. E tu sei lì, in teoria, per orientare la didattica e i colleghi in quella pur fantomatica direzione. Colleghi e colleghe che a malapena hanno letto il PEI dell’alunno o dell’alunna in questione e che a loro volta avrebbero bisogno del sostegno, di qualcuno che gli faccia dei disegnini o dei gesti esplicativi, perché davvero non capiscono un cazzo.

Dice però che almeno ti riposi, lavori di meno, hai meno consigli, meno alunni, meno compiti da correggere, meno ricevimenti con i genitori. Tutto verissimo. E infatti vorresti invitare tutti i docenti e i dirigenti alle prove preliminari per il TFA Sostegno, visto che si tratta di un lavoro così semplice, così poco impegnativo e così tanto valorizzato, che non richiede nessuna dose di empatia, pazienza, creatività, sensibilità, affabilità, umiltà né alcuna capacità di trasformazione: qualità che, è risaputo, tutti coloro che percepiscono uno stipendio dal Ministero dell’Istruzione vantano a dismisura.

E quindi, salvo alcune rare e preziosissime eccezioni che consistono in collaborazioni felici, proficue e gratificanti con persone meravigliose che hanno fatto dell’inclusione e dell’integrazione un progetto educativo diffuso e generalizzato, con tutte le difficoltà che la convivenza col diverso comporta, se ti va bene in classe sei un soprammobile, una cianfrusaglia senza né arte né parte, una baby-sitter sovrapagata o una lavativa che sta rubando lo stipendio. Altrimenti, se ti va male, sei qualcosa da smerdare in tutti i modi. Be’, col cazzo: perché l’inclusione e l’integrazione non sono questioni private da delegare al singolo docente di sostegno, bensì è tutto il corpo docente e ATA e la dirigenza e la scuola nel suo insieme e il territorio e la società tutta ad essere coinvolte.

Sei stata coraggiosa a prendere sostegno, Magika: faje er culo a tuttu ai prossimi consigli.

disability

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; e aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo, e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. […]

Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata.

 

Giusto per avere un’idea:

https://miur.gov.it/alunni-con-disabilita

https://studicognitivi.it/disturbo/ritardo-mentale-o-disabilita-intellettiva/

http://www.disabiliforum.com/prodotti/legge_104.pdf

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