Le gioie dell’insegnamento centoquattresima

Elemosina

di Marika Marianello

cesso

La scuola è quel luogo dove si elemosinano fotocopie alle collaboratrici e stampe in segreteria; dove le risme di fogli sono più rare, preziose e introvabili dell’acqua nell’Atacama; dove il toner della stampante è un concetto etereo, gassoso, inafferrabile, un qualcosa che deve sempre arrivare da una dimensione sconosciuta, lontana, altra; dove la carta igienica, il sapone e gli assorbenti sono lussi da privilegiate. Dove nei giorni di sciopero per tagli e stipendi bassissimi, si indossa un bel grembiule e tutt’assieme, allegramente, col sorriso stampato in volto, si approfitta per dare una bella rinfrescata di vernice alle pareti dell’aula magna. Gratis. Perché si sa: rientra nel bonus di merito e poi fa sempre bene una pittata de bianco alle pareti che notoriamente cadono a pezzi e gli interventi da parte del Municipio–Comune–Regione–Stato sono esigui e suvvia del resto la scuola è nostra.

Dove a inizio anno scolastico si chiede ai genitori che ne hanno la possibilità di versare un bonifico all’istituto per le spese ordinarie, tipo: materiale da cancelleria (gessetti, penne, spillatrice, puntine, nastro adesivo e cancellini), tende per le finestre, stampanti, fogli protocollo e via dicendo. Dove o la palestra o il cortile non è agibile. A volte entrambi, e per l’educazione fisica ci sono a disposizione sale anguste dai soffitti bassi e disseminate di colonne portanti dove è vietato correre e saltare e giocare a pallavolo. Dove la biblioteca ha il pavimento pieno di avvallamenti neanche fosse una strade sterrata di campagna o il parquet staccato in diversi punti, e i libri sono sommersi da decenni di polvere. Dove è sempre tutto troppo pericoloso.

Dove a dicembre si raccolgono 3 euro per comprare le statuette del presepe, 3 euro per il regalo ai collaboratori e alle collaboratrici, 3 euro per il regalo ai colleghi di arte che hanno addobbato l’atrio,  3 euro per il regalo al vicepreside, 5 euro per il regalo al preside: roba che il corpo docenti è composto da più di 100 anime e che cazzo je dovemo regala’? Guardate che è il compleanno di Gesù, mica del Preside santiddiocristo. Per non parlare dei 5 euro per il buffet ordinato in rosticceria e allestito in sala professori, quando c’è chi si lamenta dei regali e dei panettoni e dei bonus aziendali ricevuti dall’amministrazione o non sa che inventarsi per defilarsi da cene aziendali pagate. A te manco ’na gioia per Natale: solo pacchi di compiti da correggere e scartoffie da aggiornare, compilare e riordinare che si perdono nei meandri del lavoro sommerso.

Dove in prossimità degli open day si rastrellano adesioni volontarie a destra e a manca tra alunni/e, docenti, collaboratori/trici, genitori, amici, zii, nonni, vicini di casa che si rimboccano le maniche per pulire, rassettare e lucidare pur di regalare alla scuola un’immagine competitiva e vincente, una scuola sul pezzo, insomma, o quanto meno decente, che si sostiene su quattro piloni e che non casca a pezzi come si dice in giro. Sono occasioni delicate in cui di fatto ogni docente lotta per il proprio posto di lavoro, come ribadito in ogni sede, istituzionale e non, dal momento che con la 107 il rischio di diventare soprannumerari, in esubero, è davvero dietro l’angolo: perché la riduzione del numero di iscrizioni in un’istituzione scolastica, con conseguente diminuzione del numero di classi rispetto all’anno scolastico precedente, è causa di una contrazione nell’organico della scuola. Ed è un attimo che te la piji ander culo e ti sbattono nell’ultimo plesso in culonia e in braccio alle stelle.

E insomma eccola, la scuola del futuro di un Paese che si presuppone civile: quella con le pezze al culo.

Chissà se sia il caso di spendere due parole due sul tracollo dell’istruzione pubblica e sul particolare accanimento mostrato dai governi degli ultimi vent’anni nel portare a compimento l’opera di bombardamento mentre i sopravvissuti siedono sulle macerie delle istituzioni e mendicano quelle poche cattedre rimaste e un paio di fotocopie.

assorbenti

«Non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare».

Apologo sull’onesta, di Italo Calvino

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