Priorità alla Scuola

L’insegnamento non è la nostra missione, ma la nostra professione

di Cattivemaestre

Lo scorso 12 giugno si è tenuta a Roma, presso Lucha y Siesta, l’assemblea nazionale di Priorità Alla Scuola, per discutere i contenuti e le modalità di organizzazione della Manifestazione Nazionale che si terrà il prossimo 26 Settembre in Piazza del Popolo. Molti gli interventi che hanno tracciato le linee fondamentali per la ricostruzione della scuola pubblica: famiglie, docenti, studenti e organizzazioni sindacali, assieme ai movimenti FFF e NUDM, parteciperanno alla giornata del 26 per chiedere a gran voce il finanziamento e la ricostruzione della scuola pubblica.

Di seguito riportiamo l’intervento che abbiamo costruito in quell’occasione e che parte dalla nostra condizione situata di docenti, precarie e di ruolo, che opera in vari ordini e gradi della scuola pubblica italiana, sperando possa essere un contributo al dibattito collettivo.

Innanzitutto sarebbe un errore pensare che la crisi pandemica, e la crisi economica e sociale che ne sono conseguite, abbiano prodotto degli effetti solo temporanei sul funzionamento della scuola.

Pensiamo ad esempio alla DAD (con il passaggio alla DDI-Didattica Digitale Integrata): sebbene il suo ricorso, almeno temporaneamente, non si darà nei termini in cui si è dato nei mesi del lockdown, sarà parte integrante del contenuto del nostro mestiere di insegnante, contribuendo a modificarne la sostanza.

Ma in questo momento vorremmo concentrarci soprattutto sul rientro in aula che stiamo sperimentando in queste ore.

La riapertura della scuola “in sicurezza”, su cui ha puntato il governo, anche a seguito di una notevole pressione sociale, si è data in assenza di un chiaro e adeguato piano all’altezza della fase che stiamo vivendo. Per noi insegnanti, tornare a scuola dopo mesi di DAD è ben lungi dal ritorno alla didattica in aula che vorremmo, rischia di non essere piuttosto il ritorno alle relazioni fondamentali tra noi e le studentesse e gli studenti, come precondizione per la produzione e la trasmissione del sapere.

In questi giorni, ogni docente sta sperimentando che il ritorno a scuola in realtà significa svolgere soprattutto una funzione di accudimento e/o di controllo sugli alunni. Sarebbe sbagliato pensare che questa sia la conseguenza naturale e inaggirabile della grave crisi sanitaria che stiamo ancora attraversando.

Il problema vero, infatti, è che in assenza di un reale investimento sulla scuola da parte del governo (che avrebbe dovuto significare un reale e tempestivo aumento del personale docente e ATA, la diminuzione del numero di alunni per classe e un aumento consistente degli investimenti sulle infrastrutture scolastiche), il ritorno a scuola comporta un aumento consistente delle mansioni di sorveglianza nel lavoro dei/delle docenti e l’istituzione dell’organico-Covid, ovvero insegnanti assunti a TD senza tutele per garantire sorveglianza in mancanza di docenti (lo stesso articolo 231 bis della Legge N. 77 del 17 luglio precisa oltremodo: ‘In caso di sospensione dell’attività in presenza, i relativi contratti di lavoro si intendono risolti per giusta causa, senza diritto ad alcun indennizzo’). La didattica viene così relegata a una funzione sostanzialmente residuale. Si tratta, evidentemente, di un fenomeno niente affatto nuovo, ma che le crisi contribuiscono ad accelerare. La funzione di sorveglianza nel nostro mestiere non può che produrre degli effetti nefasti sulla didattica, sulle modalità di trasmissione del sapere, sui modi in cui esso viene prodotto collettivamente e fatto circolare nelle relazioni tra docenti e studenti o tra gli studenti stessi.

Ancora, bisogna dire chiaramente che se le scuole in questo momento sono aperte è solo perché il governo ha letteralmente scaricato la responsabilità della riapertura sui presidi, sul corpo docente e sui collaboratori/trici scolastiche, correndo per giunta il rischio di provvedimenti disciplinari qualora la funzione di sorvegliante, nei termini dell’applicazione del protocollo Anticovid, non venisse svolta correttamente. Abbiamo spostato banchi, provveduto alla segnaletica, montato i dispenser, spostato gli arredi.

In assenza di un chiaro e serio impegno da parte del governo abbiamo assistito quindi al patetico abuso di retorica sulla riapertura della scuola, che ha fatto leva sulla presunta missione del lavoro del docente, una figura sempre più astratta, non incarnata cui viene richiesto di svolgere mansioni che vanno ben oltre la propria professione, che deve pensare al bene della collettività, mettendo a rischio il proprio corpo di lavoratrice e senza neppure poter avanzare pretese. Noi diciamo che l’insegnamento non è la nostra missione, ma la nostra professione.

Invece non è un caso che, appena si sono levate le prime voci critiche dalla scuola, è partito lo stigma che ci ha contrapposto alle figure della sanità, infermiere e medici, descritte, anche qui pateticamente, come gli angeli o gli eroi dello Stato; occultando peraltro le mobilitazioni che si sono date negli ospedali del Nord durante questi mesi. Appunto, vorrebbero farci incarnare la figura della madre-maestra, per usare un’efficace espressione di Lea Melandri, che ha il dovere morale di considerare gli alunni come figli, e che per noi invece rappresenta una leva pericolosa che, a ben guardare, serve solo a neutralizzare la critica e la possibilità di aprire percorsi di lotta nella scuola.

Da mesi, come insegnanti e soprattutto come femministe, diciamo che la pandemia ha reso ancora più evidente quanto sia importante mettere al centro della società le istituzioni della cura, le istituzioni del Welfare, e dunque, evidentemente, anche la scuola. Tuttavia su questo dobbiamo chiarirci: porre al centro le Istituzioni della riproduzione sociale, rivendicarne il finanziamento, la “Priorità alla scuola” per l’appunto, non può significare la rivendicazione dello stesso welfare paternalista di prima.

Porre al centro le istituzioni della cura significa piuttosto far crescere ed organizzare le critiche che stiamo facendo, affinché si dia una effettiva ‘Priorità alla scuola’ o ‘priorità al welfare’ che non si riduca alla mera richiesta della riapertura per dare la possibilità alle donne di lasciare i propri figli da qualche parte, perché adesso è venuto il momento di tornare a lavoro.

Se accettiamo questa logica e pensiamo alla scuola solo come forma di accudimento, non stiamo facendo una lotta a favore della centralità del Welfare, ma al contrario ci troveremmo a rimettere al centro le esigenze della produzione, con le regole dettate dal presidente di Confindustria.

In questo momento bisogna fare molta attenzione a non alimentare la contrapposizione tra docenti e genitori che a volte traspare. Serve, al contrario, stabilire un patto tra docenti, studenti, educatrici e genitori per riaprire una critica ed una lotta complessive sul ruolo della scuola nella società. Le ultime manovre del governo hanno allocato poche risorse per la ripresa dell’anno scolastico; la domanda che ci dobbiamo porre, a tal proposito, è la seguente: in che modo questo percorso di lotta, che passerà per le date del 25 (agita principalmente dagli studenti) e del 26 (manifestazione nazionale di PAS), si porrà l’obiettivo di attraversare la discussione che il governo ha appena iniziato sul recovery plan — in cui già vi sono dei capitoli che riguardano la scuola? Perché questa è la congiuntura in cui dobbiamo saper stare!

Crediamo sia fondamentale, da docenti, insistere sul fatto che l’aumento dell’organico non debba implicare un aumento della precarietà, scaricando il caos delle graduatorie sulle spalle dei precari e dell’organico-Covid che, come già detto, è senza alcuna tutela.

Serve un piano di assunzioni largo e stabile e affermiamo con forza che lo scandalo delle ‘classi-pollaio’, che nonostante la pandemia non si è minimamente attenuato, deve cessare.

Serve inoltre un piano infrastrutturale per gli spazi scolastici adeguato alle esigenze, non solo della fase pandemica, ma più generale, adeguato ad una didattica degna di questo nome.

Allo stesso modo serve un effettivo supporto medico: le scuole devono prevedere dei veri e propri presìdi di salute, non il ‘responsabile Covid’ che nella sostanza, non è altri che un docente incaricato dei rapporti con la Asl di zona; il concetto di ‘salute’ va inteso dunque in senso più ampio che preveda la presenza di medici e psicologi/ghe in pianta stabile a scuola, e comprenda le reti mutualistiche territoriali, come i Consultori e i CAV (Centri anti Violenza).

Concludiamo dicendo che dobbiamo continuare questa discussione oltre il 26, perché ci aspetta un anno difficile e che la priorità alla scuola che auspichiamo non si riduca al ritorno alla scuola pre-Covid, ma che vi sia la possibilità di stabilire nuove alleanze, per tentare insieme di cambiare lo status quo.

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