Le gioie dell’insegnamento novantacinquesima

Gita a Verona

di Marika Marianello

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E niente, la scuola è andata in gita a Verona e a quel cojone de Bussetti j’ha fatto un culo così.

Perché mentre il Ministro si stava facendo le pippette insieme ai suoi compagnucci di classe — quattro sfigati che fanno a gara a chi ce l’ha più lungo, più duro, più eretto, più turgido e peloso — le cattive maestre si sono svegliate presto, prestissimo, all’alba, hanno indossato felpa e pañuelo, hanno preso treni e pullman fucsia e son partite per immergersi nel fiume di donne che ha marciato per le vie della storica città di Romeo e Giuletta, simboli del dramma familiare e dell’amore osteggiato dalla violenza sociale.

Subito fuori la stazione, a Piazzale XXV Aprile, un concentramento di corpi e colori senza né bandiere né sigle, colmi di vita e desideri: «Non vince chi arriva prima, ma chi arriva tutte insieme». E si parte.

Nei pressi di Palazzo Barbieri ’na puzza de merda… Sarà per quella manciata di stronzi lobbisti, pelati o barbuti, in completi grigi o abiti talari neri, che giocano a incularella di nascosto e poi muovono milioni di euro per organizzare il loro raduno sovranista, misogino e transomofobico del cazzo che altro non è che la culla della destra oscurantista e integralista che riunisce nuovi e vecchi fasci rognosi, nazionalisti ortodossi russi, conservatori evangelici americani e ultrà cattolici italiani in una sorta di fronte neo-crociato grottesco e anacronistico: la feccia, praticamente. Nelle piazze, invece, sotto un caldo sole primaverile, l’onda fucsia composta da più di 150mila tra donne, uomini e trans di ogni età e orientamento sessuale avanza compatta come un magma incandescente a ribadire che famiglia è dove c’è amore, perché Familia, derivato dal latino Famulus — ‘schiavo’, ‘servitore’, ‘domestico’ — se non è quella che ti scegli, è schiavitù. E punto.

Una marea che grida fino a sgolarsi che c’è un urgente bisogno di pedagogia femminista, fuori e dentro le scuole: perché la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile contro le donne e contro le soggettività più deboli sulle quali si accaniscono forme di esclusione sociale e politica deve passare per un ripensamento strutturale del sistema educativo e formativo, e non per il no gender che ti butta l’educazione in caciara con la storiella che se vedi due froci che si baciano diventi frocia pure tu, il prolife con l’utero delle altre, gli obiettori che obiettano su ’sta fregna; e perché la violenza di genere è un fenomeno sistemico che innerva la società nella sua interezza e interessa tutti i contesti educativi e formativi, dal nido all’università, che piaccia oppure no. A rivendicare un approccio pedagogico radicale in grado di trasformare il presente attraverso una logica interdisciplinare e intersezionale, fondato su princìpi anticlassisti, antirazzisti, antifascisti, aconfessionali e non etero-normati.

Scrosci d’applausi che si levano piano e in crescendo fino a travolgerti come un’onda, brividi che ti pervadono il corpo stanco dal lungo viaggio, lacrime che ti bagnano gli occhi dall’emozione, polmoni e anima che si riempiono d’aria fresca e fibre muscolari che si rinvigoriscono alla potenza femminista; donne affacciate alla finestra che gioiscono alla vista di una Verona piena d’amore, finalmente, dopo tanto grigiore cattoleghista. Oh, e d’altronde è dai tempi di Shakespeare che a famigghia rompe i cojoni su chi si deve scopare chi.

SPACCO BOTTILIA

La gita delle cattive maestre è appena cominciata e non finirà tanto presto.

Quindi, Bussetti, suca.

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GIÙ LE MANI DAI NOSTRI CORPI E DAI NOSTRI DESIDERI

Non una di meno rivendica:

  • Che la scuola e l’università diventino i luoghi primari di contrasto alle violenze di genere: fuori le associazioni no gender e spazio all’educazione alle differenze, sessuale e di genere!
  • Che sia avviata una formazione continua di figure professionali coinvolte nel percorso di fuoriuscita dalla violenza delle donne, come insegnanti, avvocati e avvocate, magistrati e magistrate, educatori ed educatrici di chi lavora nei media e nelle industrie culturali, per combattere narrazioni tossiche e promuovere una cultura nuova.
  • Che la formazione prosegua nel mondo del lavoro contro molestie, violenza e discriminazione di genere, con l’obiettivo di fornire strumenti di difesa e autodifesa adeguati ed efficaci.
  • Consideriamo la salute come benessere psichico, fisico, sessuale e sociale e come espressione della libertà di autodeterminazione. Siamo contro la patologizzazione delle persone trans e la riassegnazione sessuale coatta per le persone intersessuali.
  • Sappiamo che l’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale lede il diritto all’autodeterminazione delle donne, vogliamo il pieno accesso a tutte le tecniche abortive per tutte le donne che ne fanno richiesta.
  • Rivendichiamo la garanzia della libertà di scelta e che la violenza ostetrica venga riconosciuta come una delle forme di violenza contro le donne che riguarda la salute riproduttiva e sessuale.
  • Siamo contrarie alle logiche securitarie nei presidi sanitari: riteniamo inadeguati e dannosi interventi di stampo esclusivamente assistenziale, emergenziale e repressivo, che non tengono conto dell’analisi femminista della violenza come fenomeno strutturale e vogliamo équipe con operatrici esperte.
  • Rivendichiamo un welfare universale, garantito. Vogliamo la creazione di consultori che siano spazi laici, politici, culturali e sociali oltre che socio-sanitari. Ne promuoviamo il potenziamento e la riqualificazione attraverso l’assunzione di personale stabile e multidisciplinare.
  • Incoraggiamo l’apertura di nuove e sempre più numerose consultorie femministe e transfemministe, intese come spazi di sperimentazione (e di vita), auto-inchiesta, mutualismo e ridefinizione del welfare.
  • Rivendichiamo un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione incondizionato e universale come strumenti di liberazione dalla violenza eteropatriarcale dentro e fuori i luoghi di lavoro.
  • Contro il regime dei confini e il sistema istituzionale di accoglienza, rivendichiamo la libertà di movimento e un permesso di soggiorno europeo senza condizioni svincolato dalla famiglia, dallo studio, dal lavoro e dal reddito.
  • Vogliamo la cittadinanza per tutti e tutte, lo ius soli per le bambine e i bambini che nascono in Italia o che qui sono cresciute pur non essendovi nati.
  • Critichiamo il sistema istituzionale dell’accoglienza e rifiutiamo la logica emergenziale applicata alle migrazioni.
  • Siamo contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista, securitaria e nazionalista.
  • Vogliamo spazi politici condivisi femministi e transfemministi.
  • Sappiamo che le violenze sui territori colpiscono anche noi e ci opponiamo alla “violenza ambientale” che si attua contro il benessere dei nostri corpi e gli ecosistemi in cui viviamo, costantemente minacciati da pratiche di sfruttamento.1
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