Le gioie dell’insegnamento novantatreesima

La rivolta studentesca

di Marika Marianello

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Studenti che si pensavano morti d’apatia scioperano, per il secondo venerdì di fila, si organizzano e si radunano in piazza per protestare e sensibilizzare i politici a prendere una posizione sul tema del riscaldamento globale. La prima cosa che ti viene in mente è: Me’ cojoni! Studenti che si pensavano schiacciati dal peso del loro stesso tedio si mobilitano, spronati dal movimento internazionale Fridays For Future lanciato dalla sedicenne Greta Thunberg, una ragazzina col capello e le trecce che, diciamolo, con 250mila follower è già un’eroina di fama mondiale, un’attivista per il clima affetta dalla sindrome di Asperger. Non ti pare vero, sei commossa alla visione di piazza Venezia gremita di studenti: c’è persino una tua ex alunna che fa un intervento al microfono, «La Greta de noialtre», ti confessano orgogliose le sue compagne di classe. Studenti che scendono in piazza per saltare il compito di Latino o l’Alternanza Scuola-Lavoro o l’interrogazione su Andrea Sperelli ed Elena Muti, chiaro; nel migliore dei casi hanno a malapena sentito parlare di Greta e dell’apocalisse sul cambiamento climatico da qualche professore che ha speso giusto un paio d’ore a spiegare chi cazzo è ’sta ragazzina scomoda e “neurodivergente”, così come la settimana precedente aveva speso qualche parola per delineare, seppur frettolosamente, questa o quella donna scienziata per poi riporla nuovamente nel riquadro a margine da cui l’aveva tirata fuori.

Tanti ragazzi e ragazze, così come tanti adulti, probabilmente non hanno la più pallida idea di cosa siano i cambiamenti climatici: arrivano al massimo al cambio di stagione oppure alla fatidica sentenza Signora mia non ci sono più le mezze stagioni. Tanti ragazzi e ragazze, così come tanti adulti, non fanno la raccolta differenziata, non riciclano, non riusano, bensì sperperano e sprecano risorse, non sono mai stati educati a un corretto consumo eco-sostenibile, prendono la macchina per fare 100 metri e poi la lasciano in seconda o in terza fila intoppando spudoratamente la circolazione del traffico perché non sia mai che facciano due passi in più; comprano uno Smartphone all’anno, i vestiti da H&M o da Zara, l’acqua imbottigliata e piatti e bicchieri in plastica monouso; fumano venti tabacconi al giorno e buttano le cicche a terra, si sparano il climatizzatore a palla d’estate e i riscaldamenti a manetta d’inverno, senza soluzione di continuità. E se ne strafottono del Pianeta, dei mari e degli oceani, dei combustibili e delle emissioni: non hanno manco percezione della vita al di fuori del loro quartiere, figurati se possono ragionare in termini di biodiversità oceanica.

E allora che cazzo si manifestano ’sti stronzi che pure respirano ed emettono anidride carbonica quando parlano? Ma come si permettono? Se magnano la pizzetta bianca con la mortazza e la rosetta con sarciccia al bar di scuola e poi impugnano fieri il cartello con su scritto “SKOLSTRJK FÖR KLIMATET”; magari ci hanno 4 in Fisica, Scienze delle Terra e Chimica, eppure intervengono davanti alla folla su temi scientifici e dicono delle stronzate imbarazzanti ai microfoni degli sciacalli del Messangero.

A casa, devono restarsene: perché della potenza della piazza, dell’aggregazione, dell’emulazione positiva, del diritto allo sciopero e alla manifestazione del proprio dissenso non capiranno mai nulla. Se il Pianeta continuerà la fase di trasformazioni irreversibili e peggiorative che ha cominciato decine d’anni orsono e si estingueranno le specie umana, animale e vegetale, sarà solo ed esclusivamente colpa loro.

Perché non ci sono adulti da imitare: ci sono solo genitori, politici, insegnanti, giornalisti pronti a screditare qualsiasi forma di mobilitazione dal momento che non hanno il coraggio di specchiarsi negli adolescenti, i quali restituirebbero loro solo l’immagine del fallimento che rappresentano.

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E ancora a proposito di “due pesi e due misure”.
Qualche breve osservazione:

Nel giro di pochi giorni abbiamo visto riempirsi strade e piazze di grandi manifestazioni. Da quelle contro il razzismo a quelle femministe dell’8 marzo, fino all’ultima sulla devastazione del pianeta.

Protagonista una generazione giovane, anzi giovanissima e, in tutte, le donne in prima piano.

Perché allora un’accoglienza così diversa da politici e media quando sono le donne direttamente a porre un interrogativo e a manifestare contro un modello di (in)civiltà che ha avuto protagonista un sesso solo e a cui si possono perciò addebitare sia il sessismo che il razzismo, il capitalismo e le altre forme di violenza della storia finora conosciuta?

La ragione va rintracciata nel paradosso di un dominio che dura da millenni e che stenta ancora ad arrivare alla coscienza, a essere ricollocato dentro una storia, una cultura, un inconscio collettivo di cui sfugge l’impianto sessista, razzista, omofobo.
Un dominio che interroga i singoli/e, che chiede cambiamenti radicali a partire da sé, da una visione del mondo che abbiamo ereditato e consegnato in gran parte alla permanenza delle leggi naturali.

Quello che rende così pericoloso il femminismo è la radicalità delle sue battaglie: le donne come primo “possesso”, proprietà privata, riguarda il genere maschile, la virilità tradizionalmente intesa, prima ancora che il capitalismo. Ma la donna è anche il primo “straniero” , il corpo che l’uomo incontra alla nascita, e nella fase della sua massima dipendenza e inermità, e su cui si è imposto inferiorizzandolo, sfruttandone le risorse, violentandolo.

Il femminismo che si fa oggi protagonista nel mondo di un cambiamento portato alle radici dell’umano è chiaro che risulta intollerabile a un patriarcato in declino, in tutte le sue forme, dalle più violente a quelle moderate e riformiste, e come i morituri si vendica di chi sopravvive.

LEA MELANDRI

15MARZO

VIOLENZA AMBIENTALE (Il testo è un estratto del Piano Femminista NUDM)

E violenza ambientale è quella che disegna spazi urbani e rurali attraverso logiche che non rispondono alle esigenze delle donne e nega accesso agli spazi abitativi e non; quella che nega ai territori, attraverso i concetti dominanti di sicurezza e decoro, la possibilità di autodeterminarsi, la libertà di movimento ed espressione; quella che li militarizza e occupa per sfruttarne le risorse; quella che non riconosce l’interdipendenza tra gli esseri viventi, la coappartenenza tra esseri umani e ambiente avvalendosi di una visione scientifica coloniale e colonizzatrice incentrata sulla definizione e normazione di corpi, etnie, culture e sulle istituzioni di rapporti gerarchici e di dominio tra essi.

A partire da una posizione femminista transnazionale e decoloniale bisogna cominciare a ridisegnare i territori come spazi in cui le donne e tutte le soggettività possano vivere a partire dai propri desideri e dalla propria libertà; ridare quindi centralità politica alla riproduzione sociale della vita e alle pratiche di cura collettive, restituendo priorità ai corpi e alle loro sensibilità e rifiutando le logiche patriarcali e neoliberali che vogliono queste attività a esclusivo e naturale appannaggio delle donne. Vogliamo intraprendere un cammino comune a livello transnazionale nell’esercizio e nello scambio di pratiche transfemministe volte alla costruzione di politiche economiche decolonizzate e di pace, alternative a quelle biocide ed estrattiviste del capitalismo neoliberale, che ingaggia guerre, azioni militari e occupazioni di territori, al fine di sfruttare risorse ambientali e umane; azioni comuni, quindi, anche con le donne che lavorano nei territori contro l’inquinamento e le grandi opere e a difesa della salute di tutt@.

Riaffermiamo inoltre la connessione tra spazi rurali e città, nella produzione e distribuzione, nell’uso delle risorse e dei territori, nella creazione, gestione e difesa dei beni comuni.

Vivere e costruire reti tra i movimenti delle donne nel mondo significa assumersi la responsabilità di immaginare collettivamente alternative a questo sistema economico, apprendendo le une dalle altre nelle gestioni partecipate e nella riprogettazione dei territori, nella difesa delle biodiversità, dei beni comuni e delle produzioni agroecologiche, degli spazi urbani decolonizzati e fuori dalle logiche di dominio sulla natura, di una classe su un’altra, di un popolo su un altro, degli uomini sulle donne e sulle altre soggettività, di una specie sull’altra.

A partire da qui affermiamo pertanto la necessità del superamento del modello antropocentrico corrente: soggezione, sfruttamento della natura, degli esseri umani e delle altre specie e patriarcato si intrecciano infatti nella concezione delle relazioni come dominio e proprietà proprie di questo modello.
Dire ribaltare/modificare/integrare le narrazioni che rimangono spesso troppo coloniali e non tengono conto delle esperienze di donne non bianche e non borghesi.
I femminismi decoloniali riconoscono che le forme di oppressione sono molto diverse tra loro e che le loro caratteristiche dipendono da condizioni contingenti come la collocazione geografica, il periodo storico e la cultura locale patriarcale, le etnie, così come sono molteplici le modalità politiche di resistenza/resilienza/lotta delle donne.

L’antropocentrismo, intatti, considera l’Uomo (che non è mai un termine neutro) al centro dell’Universo, padrone assoluto di tutto ciò che lo circonda, collocandolo in una posizione di maggior rilievo e perciò di predominanza rispetto al resto del vivente e agli equilibri terrestri. Costruire e imporre questa prospettiva come “naturale”, universalmente accettata e condivisa è il modo più efficace con cui l’uomo conserva la sua identità, supremazia e potere.

Scegliamo, quindi, una prospettiva ecofemminista per decostruire l’antropocentrismo a partire dalle esperienze concrete e situate delle donne.

 

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