Le gioie dell’insegnamento ottantanovesima

Utopie e distopie

di Marika Marianello

ESCHER-Giorno-e-Notte

Visto che a giudicare dall’ultima Gioia sembrava ti rodesse parecchio il chiccherone — forse perché alla fine, è inutile nasconderlo, gli edifici scolastici, come qualsiasi altro banalissimo ambiente di lavoro, non sono esenti da becere dinamiche di rivalità, competizione, sabotaggio e nonnismo della più squallida specie — sarebbe il caso di tracciare un panorama non dico positivo, ma quanto meno ottimista, altrimenti poi le amiche ti chiamano preoccupate per chiederti A Magika, ma che cazzo è successo?!

Per lanciare un messaggio di pace, portare conforto nei cuori dei precari e perché logicamente alla pars destruens segue la pars costruens: ma soprattutto perché sei un’inguaribile romantica e credi ancora in un’istituzione che abbia come fine ultimo la felicità dei suoi cittadini e cittadine, malgrado il futuro si presenti come un non luogo di promesse non mantenute e progetti castrati.

E quindi ecco, a seguire, il disegno della scuola che vorresti, consapevole, pur tuttavia, che il meccanismo tramite il quale si immagina una utopia o una distopia è praticamente lo stesso e il confine tra l’una l’altra estremamente labile.

Una scuola senza le parole moraliste, classiste e paternaliste di gente come Serra, Mastracola, Galimberti, Galli della Loggia, Cazzullo e molti altri che, non occupandosi né di scuola né di didattica, danno per scontato che esse siano rimaste esattamente così com’erano ai tempi della loro frequentazione, tempi che nondimeno risalgono a circa 30 o 40 anni orsono, per essere generosa; gente che ignora cosa sia un POF o quali siano le direttive delle ultime circolari ministeriali, ad esempio, e che ciononostante dà fiato alle trombe e inchiostro alle penne come non ci fosse un domani.

Una scuola dove i colleghi e le colleghe si salutano gioviali e sinceri per i corridoi o in sala Professori o al bar, senza cioè quella smorfia che tradisce lo sforzo sovraumano che un semplice Buongiorno comporta in certi soggetti.

Con termosifoni funzionanti, carta igienica in bagno, computer operativi, biblioteche accessibili, palestre e cortili agibili.

Con panini vegetariani e cornetti integrali al bancone del bar.

Dove il Dirigente ascolta con interesse il parere dei docenti.

Dove i docenti hanno un parere.

Dove le singole opinioni si formano nei momenti di collegialità.

Che non diserta la lotta di classe per concentrarsi unicamente a quella per la sopravvivenza.

Finalizzata alla realizzazione in terra di ideali più o meno rivoluzionari ma tutti rispondenti a bisogni reali.

Dove studenti e docenti entrano ed escono felici.

Che suona la sua prima campanella alle 9 di mattina e l’ultima alle 14.

Dove il pomeriggio si può studiare, giocare, chiacchierare e fare all’amore.

Una scuola grande come una città.

Una scuola basata sui principi della cooperazione, dell’integrazione, della formazione e dell’educazione.

Una scuola dove non ti viene voglia di farti di roba.

Una scuola dove Arrivederci a domani, e non Magari mòri.

Magari mori

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