Le gioie dell’insegnamento ottantaseiesima

L’autogestione

di Marika Marianello

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L’autogestione studentesca, di cui ognuno ha un’opinione non sempre e non troppo formata e un ricordo quanto meno vago e invaghito dal filtro nostalgico, è una forma di protesta attiva mediante la quale gli studenti si prefiggono di gestire la didattica autonomamente, in alternativa ai programmi cosiddetti tradizionali. Rappresenta un esercizio di autonomia, autorganizzazione e autoregolamentazione che, sotto gentile concessione del summo Dirigente  in carica e della corte che supinamente lo accompagna, prevede l’interruzione dell’attività didattica offerta dal servizio pubblico e l’attuazione di un progetto da svolgere all’interno della comunità scolastica proposto dai rappresentanti degli studenti. Questi avanzano un programma che sottintende svariati propositi, dai più nobili e virtuosi a quelli più banali e ordinari, quali, ad esempio, la discussione accesa su temi d’attualità che desti il loro interesse, che nella fattispecie sono, in ordine sparso: i nuovi femminismi, l’aborto, l’equità e la parità tra i sessi, le diverse declinazioni delle discriminazioni di genere, il razzismo, il bullismo, le dipendenze, l’educazione sessuale e la deriva securitaria nelle scuole; dei corsi che catalizzino i loro talenti, stimolino le loro passioni e soddisfino le loro precise necessità di giovanissimi in pieno disagio adolescenziale, come quelli di ascolto e composizione musicale, ballo, teatro, segnali stradali per la patente, fino agli immancabili cineforum e i tornei di pallavolo, basket, ping pong e, per i meno sportivi, briscola, tressette e traversone. Il tutto naturalmente intervallato dall’assunzione di sostanze stupefacenti — puzzone, erba o marijuana legale — e da qualche flirt finalizzato a vecchie e nuove esperienze relazionali.

Soprattutto, l’autogestione costituisce una possibilità d’aggregazione che risponde al sacrosanto diritto degli studenti della secondaria superiore di riunirsi in assemblea nei locali della scuola al fine di incentivare la partecipazione democratica alla vita politica in generale e l’approfondimento dei problemi educativi e sociali che li riguardano, in particolare. La scuola, d’altronde, come recita lo Statuto degli studenti e delle studentesse, «è luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica.»

Eppure, si sente commentare, tra uno sbuffo di tedio e l’altro: Questi ragazzi sono incapaci di autorganizzarsi, Nun je va de fa’ ’n cacchio, Sono degli sfaticati, dei pelandroni, addirittura, dei cannaroli. Agli Open Day i genitori domandano impauriti se per caso da quelle parti è usanza fare autogestione o se sono solo brutte voci che circolano nel quartiere e i Dirigenti sono prontissimi a smentire qualsiasi calunnia in merito. Adulti, in un caso e nell’altro, che non sempre hanno il coraggio di guardare il fallimento istituzionale e pedagogico riflesso negli occhi degli adolescenti alla ricerca disperata di modelli da sperimentare e riproporre. Frasi, del resto, che risuonano dall’alto di un’autorità che sembra voglia sminuire la forza e la spontaneità dell’autorganizzazione, in tutte le sue innegabili e irrinunciabili contraddizioni, sia a scuola sia nei quartieri delle nostre città.

Gli esperimenti di autogestione nelle nostre scuole e nei nostri quartieri vengono vissuti da una fetta importante della comunità come un brutto raffreddore che si spera passi presto, soffiandosi il naso continuamente e con un fastidio mal tollerato.

assemblea-istituto

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