Le gioie dell’insegnamento ottantaduesima

Il sostegno

di Marika Marianello

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Quando ti ritrovi a vivere la scuola, non dalla prospettiva rialzata e centripeta della cattedra, come ti eri a fatica abituata in questi ultimi anni di trincea, ma dai banchi, di nuovo, seduta accanto al ragazzo che si suppone tu debba sostenere; dentro le tue vecchie aule dall’aria stantia e malsana, appestata d’ascelle e d’ormoni, e delimitate da arrugginite sbarre che risalgono agli anni ’90, a quando Rinaldo scavalcò la finestra al pianoterra e saltò giù dal davanzale alto manco un metro per “farla finita”. Te lo ricordi bene il giorno in cui, in primo superiore, applicarono le inferriate alle finestre: te lo ricordi perché quel gesto evidenziò a chiare lettere il cambiamento che la scuola stava subendo, la direzione che aveva infilato, la deriva securitaria che mano a mano l’avrebbe caratterizzata nel suo avvenire.

Il primo giorno vieni scaraventata in classe, come sempre, e dall’ultimo banco della fila centrale — proprio come anni orsono — osservi l’insegnante che domina la cattedra alla prima ora e che nonostante il rossetto lussureggiante parla con la stessa e identica flemma e la stessa e identica apatia di quella gnappetta barbosa e soporifera che ti insegnava chimica fra quelle medesime mura: «Avete fatto gli esercizi per casa? Avete capito gli esercizi per casa? Marianello vieni alla lavagna e correggiamo gli esercizi per casa.»

Quella che quando annunciava con la sua vocina stridula, nasale e mezza lamentosa «Interroghiamo», e cominciava a scorrere il registro cartaceo a un palmo di distanza  dalle spesse lenti, seguendo i minuscoli indici delle sue manine intirizzite che si muovevano in direzione orizzontale e verticale — i cognomi sull’asse delle y e i voti e le presenze su quello delle x —, irrimediabilmente infondeva un senso di morte sensoriale in ognuna di noi, tale che a ripensarci oggi ti viene la secchezza vaginale e la psoriasi all’instante.

Dopo il lungo flashback in cui ripercorri quegli anni infelici dietro le sbarre, rinvieni e ti interroghi, severa ma giusta, su chi sarà la tua insegnante di sostegno durante questi 9 mesi in cui qualcuno ai piani superiori presuppone tu abbia la preparazione idonea a far fronte a esigenze e disabilità che richiedono, banalmente, non soltanto una sensibilità e una predisposizione d’animo importanti, che non ti mancano, certo (ma solo con quelle ce la fai la birra, diciamolo); richiedono, a rigor del vero, una formazione professionale e una serie di competenze che il tuo percorso di studi finora non ha previsto. Rifletti, nondimeno, sull’evidenza che non ci sono insegnanti di sostegno a sufficienza, per questo sono ricorsi a te. Sti cazzi poi se non sei preparata ad hoc.

E quindi, come si suol dire e fare in questi casi di profondo senso d’inadeguatezza e incapacità estreme, ti batti il pugno contro il petto per tre volte e ti ripeti come un mantra: «Intanto ’namo e poi vediamo.»

D’altronde ci sono gli occhioni del tuo studente ad accoglierti con amore ed entusiasmo, a confortarti e incoraggiarti, ogni mattina, mentre varchi la soglia del tuo vecchio liceo ed eviti accuratamente lo sguardo inquisitorio, austero e monastico del Dirigente. Tanto ’n te saluta.

scuola penitenziaria

 

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