Le gioie dell’insegnamento settantanovesima

L’inchino finale

di Marika Marianello

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Arriva, come ogni anno, assieme allo scioglimento delle tensioni, l’esaurimento nervoso, il sonno arretrato, i giudizi, le votazioni, i recuperi e le morse nello stomaco; le lacrime, le risate isteriche, le bestemmie, gli abbracci e i discorsi di commiato di studenti, docenti e dirigenti.

Arriva, con lo scirocco africano, la schiuma in classe e i primi caldi che si portano dietro i sabati e le domeniche di Pontina bloccata dalle colonne di auto e scooteroni diretti in spiaggia.

Arriva, con le piccole gioie inaspettate del novantesimo minuto o dei tempi supplementari o addirittura dei calci di rigore: quelle piccole, immense gioie covate nell’intimo profondo, in quel luogo non meglio definito tra il cuore, la bocca dello stomaco e il colon irritato. Arriva, dopo averlo desiderato ardentemente e soltanto dopo il conto alla rovescia dei giorni che spietati vi separano; dopo le preghiere dei vespri che speranzose recitano Dammi la forza di non sbroccare neanche domani, rimetti a loro tutti i debiti formativi del mondo e dammi oggi la mia gioia quotidiana.

Arriva, finalmente, dopo tanto ardore: l’ultimo giorno di scuola.

Non li sopportavi più e manco loro, parliamoci chiaro: vi teneva uniti quel sentimento confuso e incoerente, ubicato in quella zona grigia che va dalla malinconia sottile e all’intolleranza più smaniosa, sentimento che tiene saldi numerosi matrimoni italiani del Vorrei andarmene ma non posso, perché in fondo ci amiamo. Sono i momenti di delirio gratuito e diffuso, quando nessuno ti si fila più e allora anche tu cominci a mollare un po’ la presa e quindi Prof posso andare in bagno, Mah sì, vai pure, basta che torni entro domani e ’sti cazzi, tanto è quasi finita. E allora, tra un congiuntivo e una preposizione articolata sganci le tue perle di saggezza, quelle da Bacio perugina, del tipo Non è importante come entri nel palcoscenico della vita degli altri, l’importante è l’uscita di scena. Ed è per quello che non li mandi a fanculo come vorresti. Perché in fondo gli hai voluto bene, ah se gli hai voluto bene. E ti mancheranno, un po’ ti mancheranno, sì, quasi come lo stipendio a fine mese.

E allora al suono dell’ultima, fatidica, liberatoria campanella, prendi fiato, sorridi e fai il tuo inchino migliore, così, in silenzio, sola con le tue contraddizioni, in attesa che cali il sipario: vorresti uscire di scena in seguito a uno scroscio di applausi, ma ognuno è impegnato nel proprio dramma. Tuttavia qualcuno si avvicina a darti un bacetto, a porgerti un fiore, a dirti Prof grazie di tutto, ci mancherà, ci vediamo l’anno prossimo, vero?, oppure ti abbraccia e tu pacca sulla schiena e un benevolo Mi raccomando, oppure Ci vediamo agli esami, Prof, sia magnanima, oppure, tra lacrime e singhiozzi, Prof mi bocceranno ma l’anno prossimo mi metto sotto giuro, mentre qualcun altro ti fischia e vorrebbe vedere la tua testa rotolare giù dalla ghigliottina piazzata sul patibolo apposta per te e per tutti i capri espiatori del proprio male.

E allora metti in moto ed esci di scena, senza concedere alcun bis, ma solo un sorriso a Mariolino che ti insegue, ti lancia un bacio e ti grida: Ciao Prof, non me lo darà il debito, vero?

No, Mariolino, nessun debitore: stiamo a pace così.

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