Le gioie dell’insegnamento settantatreesima

Il ponte

di Marika Marianello

lavoratori

La scuola è quel tempio sacro dell’educazione, della cultura e della trasmissione del sapere che nondimeno costituisce un luogo di lavoro; luogo che a sua volta ancora sancisce, seppure in parte e in via di disgregazione, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. È l’istituzione per eccellenza che forma i cittadini e le cittadine prima di tutto in senso culturale, parola che sta assumendo nuove e preoccupanti sfumature e derive di significato; è nelle aule che avviene la primissima socializzazione con il mondo al di fuori dalla famiglia ed è sempre lì che si costruiscono le identità personali, intrecciandole nel tessuto relazionale circostante, quotidianamente, tutti i giorni, per almeno 10 anni di vita.

Oggi, che è lunedì di ponte, poiché domani è 1° maggio, una delle feste più sacre dell’anno (insieme al 25 aprile), rifletti su una banalità: l’allungamento medio della vita (e dell’età pensionabile) rispetto al passato dovrebbe permettere agli studenti di avere tutto il tempo necessario per un’istruzione di qualità e per una costruzione d’identità forte e salda, prima di essere immessi nel fagocitante e spietato mondo del lavoro. Ovvero: non c’è bisogno di un’istruzione che bruci i tempi per far scontrare gli adolescenti con le decine di tipologie contrattuali oggi disponibili, indice della frammentazione e della precarizzazione delle condizioni professionali. Si parla tanto di “pedagogia delle competenze”, senza rendersi conto che spesso rappresentano il problema e non la soluzione: nessuno sa cosa siano le competenze ma tu — come il RAV — devi basare la tua didattica su quelle.

Bisogna chiedersi, senza paura, se la scuola serva a inserire i ragazzi e le ragazze nella società di oggi o a immaginarne una completamente nuova, dove loro saranno i protagonisti e non le vittime. Anche perché è paradossale, inutile e persino stupido pensare alla scuola proiettandola in una dimensione sincronica: quello che serve oggi potrebbe non servire tra 30 anni, a maggior ragione in questo momento storico in cui tutto è velocissimo, in cui anche la pericolosa censura dei giornali si basa sulla velocità delle informazioni, sullo spazio e sul tempo — e quindi l’importanza — che vengono concessi o meno a un’informazione. Bisogna immaginarsi il mondo e la società fra 30 anni, immaginarsi i 30enni e i 40enni nel 2048: chissà se saranno ancora disoccupati, precari, malpagati, sfruttati e soli come gran parte dei 30enni e dei 40enni di oggi.

I tirocini gratuiti dell’alternanza scuola-lavoro, obbligatori per chi frequenta il triennio delle scuole superiori, sono dei veri e propri addestramenti alla precarietà e allo sfruttamento: nel migliore dei casi i ragazzi si ritrovano coinvolti in progetti anche belli, per carità, nobilissimi, che tuttavia sottraggono loro tempo allo studio dell’italiano, all’esercizio della letteratura, della storia e della filosofia, della matematica, della geografia, delle lingue straniere e del pensiero critico… Con l’ASL, sono obbligati a disertare le aule e in questo modo viene loro sottratto tempo all’ozio, alla famiglia, alle relazioni, alle passioni.

La terminologia mutuata dal mondo aziendale usata per riferirsi alla scuola, alla didattica e all’educazione restituisce chiaramente questo quadro agghiacciante: la scuola ha il compito di preparare al mondo del lavoro, piuttosto, che oggi richiede flessibilità, adattabilità e disponibilità incondizionata.

Un durissimo attacco nei confronti dell’istruzione, ti viene da pensare, che fa precipitare nella povertà culturale l’ambiente lavorativo degli insegnanti e delle insegnanti: un ambiente fatto troppo spesso di miseria e di solitudine, dove l’individualismo e la competizione più sfrenata si aprono il varco come uniche strade possibili.

E tu, che varchi la soglia della scuola pubblica tutte le mattine, come insegnante, professionista, lavoratrice precaria e soggetto politico, ti rendi conto che mai ponte fu più prezioso: perché l’insegnamento è una professione e non una cazzo di missione.

ARMADILLO

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