Le gioie dell’insegnamento settantesima

I non detti

di Marika Marianello

Freddy

Forse non tutti conoscono il vero motivo per cui hai cominciato a scrivere le gioie… Una gioia dell’insegnamento, quel gaudio incomparabile provato tra le mura scolastiche — in presidenza, in segreteria o in aula,  faccia a faccia con Preside o alunni o colleghi, oppure nella solitudine dello studio individuale o della correzione/preparazione compiti, attività e concorso — non è tale, innanzitutto, se non è condivisa. Quindi, in primo luogo, avevi deciso di condividere quelle piccole grandi gioie quotidiane al nobile scopo di rallegrare il triste e depresso mondo che ti circonda: hanno, in qualche modo, la pretesa di elevarsi non dico a genere letterario, bensì a resoconto dettagliato e universale del profondo senso di nullità che spesso ti pervade in qualità di inutile insegnante precaria che si aggira nell’anonimato, schivando per quanto possibile i neri abissi della scuola pubblica romana; vogliono, allo stesso tempo, colmare la tua sete di vendetta nei confronti della frustrazione che metti in tasca e porti a casa dopo svariate ore buttate nel cesso, ore passate a combattere i mulini a vento di Consuegra, così come la più gentile delle sognatrici; incarnano, soprattutto, la severa ma giusta missione di dar voce a tutti quei non detti che ti muoiono strozzati tra esofago e trachea in nome del quieto vivere, della diplomatica cordialità e della santa pazienza, e che puntualmente si trasformano in contratture sparse, insonnie diffuse o in una bella infiammazione dello Psoas, il cosiddetto “muscolo dell’anima”, o del più volgare colon. Quei non detti che del resto si riassumono in poche e semplici frasi dalle infinite varianti, in genere molto scurrili o comunque non del tutto convenzionali — e per questo ben poco adatte al registro formale della didattica — gentilmente e mentalmente rivolti a studenti, docenti, genitori e dirigenti.

Frasi del tipo:

  • Ma vattene a fanculo te, a cojone;
  • A Maschio, abbassa la cresta che te sbatte sul soffitto;
  • No, ma sei mejo te;
  • Pregherò per te che hai la morte nel cuor;
  • Ciao eh, cazzo sei sordo porco due;
  • Scusa, ma te li lavi i capelli ogni tanto?
  • E le ascelle?
  • Ti serve un deodorante?
  • Scusa, ma perché almeno non ti lavi i denti prima di aprire la bocca per sparare ’ste quattro minchiate?
  • Lo vedi bene ’sto dito medio alzato?
  • Che cazzo stai a di’?
  • Se vabbe’, ciaone proprio;
  • Guarda, guarda la vastità del cazzo che me ne frega;
  • Ma li mortacci tua e de chi nun te lo dice co’ ’a mano alzata; questa nelle diverse varianti diatopiche, diafasiche e diastratiche: L’anima de li mejo mortacci tua; Chi t’è muort; Chi t’è stramuort; I megli’ muort’ e’ chi t’è muort; O sang’ e’ chi t’è muort [..];
  • Magari mòri; anche questa nelle diverse varianti diatopiche, diafasiche e diastratiche; Che te possino da’ tante coltellate; Che te pije ’n côrpo; Puozz’ culà cum’e cipudd […];
  • A bbona fracica;
  • A bbono come er pane caldo;
  • Vorrei poterti stringere forte in un abbraccio per farti passare questo ingiusto malessere;
  • Senti: ma quella splendida gobba viene nientepopodimenoché da Notre Dame? Cioè: Leopardi, a te, t’allaccia le scarpe, ve’?
  • Fatte pure ’n’altra canna ché te vedo bello sveglio stamattina;
  • Ma che minchia ce vieni a fa’ a scuola, se pò sape’, porco zio porco;
  • Arindanghete, mazza che palle;
  • No, mi creda: suo figlio è un emerito stronzo;
  • No ma grazie a lei e soprattutto grazie ar cazzo;
  • Oh: ma lo sai chi te saluta?!?

STO CAZZO!!!!!!!

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La lista dei non detti è interminabile, naturalmente, e si rinnova ogni giorno, ogni anno, ogni nomina e, soprattutto, si ricorda che ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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