Diventare uomini

Relazioni maschili senza oppressioni. Una lettura del testo di Lorenzo Gasparrini

di Cattivemaestre

333_135Nessuno nasce antisessista, sostiene Lorenzo Gasparrini, o meglio, tutti e tutte nasciamo immersi in una cultura patriarcale e sessista che sarà poi difficile, in età adulta, riconoscere e contrastare perché ha a che fare con il nostro modo di percepire noi stessi/e in rapporto con il mondo e con gli/le altre. Difficile soprattutto per gli uomini, bianchi ed eterosessuali che partono da una posizione di maggiore privilegio, meno semplice da mettere in discussione. Privilegio che pur comporta dei limiti, imposti da una norma alla quale adeguarsi, una norma che si iscrive nel corpo degli uomini con violenza e al di fuori della quale vige l’anormale, il mostruoso, l’altro.

Nel testo l’autore ripercorre le tre fasi fondamentali della vita – infanzia, adolescenza e età adulta – e per ognuna individua i fattori che ne influenzano la crescita, le credenze, le relazioni: individua, cioè, quelli che definisce degli «agenti formativi che educano i soggetti alla “normalità”».

Parte dall’infanzia, quella fase evolutiva che vede i primi condizionamenti e l’apprendimento delle principali norme di genere: in famiglia innanzitutto. Se nessuna delle figure autorevoli attorno a bambini e bambine, madre e padre in primis, segnala le discriminazioni a cui assistono, che subiscono o agiscono in prima persona, essi costruiscono un’immagine di sé e del mondo permeata di stereotipi, poiché il contesto medio familiare italiano è, di fatto, immerso in un ambiente culturale sessista.

I bambini e le bambine, inoltre, assimilano modelli di comportamento anche dai media, dalla pubblicità, dall’ambiente culturale. Basti pensare a quanto i giochi e i giocattoli indirizzino verso ruoli di genere rigidi e prescritti.

Infine c’è la scuola, agenzia educativa e formativa principale, nella quale, riconosce Lorenzo, il lavoro da fare è ancora molto; dove evidente e disarmante è l’impreparazione tanto delle istituzioni quanto delle stesse insegnanti nel momento in cui si ritrovano a trattare l’educazione sessuale e alle differenze.

 

«La scuola pubblica è l’istituzione che ha lo scopo di formare cittadini/e di oggi e di domani; il luogo in cui avviene la primissima socializzazione con il mondo fuori dalla famiglia; in cui si costruiscono le identità nella relazione con gli/le altri/e quotidianamente; in cui si acquisiscono abitudini e comportamenti che incidono sul nostro modo di vivere i rapporti per tutta la vita.

La scuola avrebbe tutto il potere di determinare un cambiamento culturale e sociale importante, eppure noi, come insegnanti, sappiamo bene quanto i ruoli di genere siano già rigorosamente stabiliti e separati per i bambini, da una parte, e per le bambine, dall’altra, sin dalla scuola dell’infanzia; abbiamo cognizione di quanto questi ruoli creino violenza ed esclusione dentro le classi; di quanto poco si riesca a scalfire o a mettere in discussione una cultura così compatta e uniforme, così capillare nel riprodursi attraverso la maggior parte dei discorsi, delle pratiche e dei modelli relazionali pubblici e privati che riguardano “il femminile e il maschile”; di quanto sia difficile essere davvero incisivi in un’istituzione come la scuola dove il lavoro per decostruire sessismo e omofobia è pensato in termini di “progetti” una tantum o sotto forma di sporadiche esperienze di formazione per insegnanti e genitori in alcune – poche – scuole illuminate.

Durante l’adolescenza, delicata fase di passaggio – per eccellenza l’età dedicata alle nuove relazioni e alla ridefinizione dei vecchi modelli infantili; l’età della scoperta di sé e dell’altro, dell’amore e dei processi identitari; l’età dei cambiamenti, della maturazione sessuale, delle trasformazioni ormonali e delle nuove connessioni cerebrali; l’età dei dubbi, delle sollecitazioni ambientali che tendono verso desideri più grandi, della scoperta del corpo e delle relazioni con i pari – i maschi subiscono la pressione di norme rigide e schiaccianti: la competizione, l’idea di “normalità” sessuale basata su eterosessismo e omofobia, la virilità con le sue prove, la donna “oggetto” di desiderio e di conquista, l’inibizione di certe emozioni “da femminucce” ovvero la fragilità e il dolore, il sesso come rituale di passaggio.

Chi si occupa di offrire chiavi di lettura, di suggerire vie di ricerca alle domande e anche, in alcuni casi, di dare risposte e informazioni, di fare educazione alla sessualità? La scuola è in grado di assumersi questo ruolo?

La pornografia più accessibile online, sempre prodotta da e per uno sguardo maschile ed eterosessuale, spiega Lorenzo, diventa strumento sostitutivo che soddisfa l’esigenza di informazioni su un argomento proibito, il sesso, di cui non si parla altrove – in famiglia, a scuola, in società – e lo fa senza troppe implicazioni psicologiche, sentimentali o educative, proponendo però un racconto che comincia e finisce seguendo la parabola del piacere dell’uomo etero. La scuola non riesce ad essere all’altezza del ruolo di mediazione tra questo tipo di prodotti e i/le ragazzi/e che ne fanno un uso acritico e inconsapevole, le/gli insegnanti sono spesso impreparati o provano a barcamenarsi tra progetti esterni e lezioni di educazione sessuale di taglio perlopiù scientifico.

 

Tra gli elementi che possono stabilire invece una rottura nell’esperienza di un/a ragazzo/a in quanto soggetto in formazione Lorenzo identifica l’incontro con una/un insegnante. Siamo d’accordo e sappiamo quanto per noi sia stato determinante imbatterci durante il nostro percorso scolastico in un insegnante invece che in un altro, imbatterci sì, perché di questo si tratta. Ci chiediamo allora, dal nostro punto di vista di docenti, quale scuola immaginare a partire dalle preziose riflessioni di questo testo affinché non sia tanto arbitrario ciò che incide sulla nostra crescita di uomini e donne antisessiste/i. Lo stiamo facendo anche all’interno del percorso Non Una di Meno.

La pratica femminista del partire da sé è l’eredità da raccogliere pensando una formazione docenti che metta davvero in discussione le norme di genere delle quali noi docenti stesse/i siamo portatrici/tori, la paura del fuori norma che abbiamo interiorizzato e che implicitamente meno veicoliamo insegnando, soprattutto da una posizione di presunta oggettività e neutralità.

La Buona Scuola ha annunciato grandi investimenti per la formazione, purtroppo però le scelte del Miur vanno in direzione diametralmente opposta. I macrotemi sui quali i corsi verranno organizzati sono già chiari nel testo di legge: digitale, valutazione, inclusione (intesa come medicalizzazione del diverso e che rafforza quindi quel concetto di “normalità” del quale Lorenzo parla nel libro).

Presidi e insegnanti che si sono distinti per proposte validissime e vitali nella scuola negli ultimi anni, avranno sempre meno margini di decisione. I Fondi di Istituto esigui e i fondi PON concessi solo in base ai meriti di ogni scuola, misurati oggettivamente dai rapporti di autovalutazione e dai test Invalsi determineranno il fisiologico orientamento della didattica che incontri le aspettative della governance. Le ingerenze sempre maggiori dei genitori, ormai a tutti gli effetti clienti, sulle decisioni di gestione degli istituti di istruzione peggiora il quadro.

 

La formazione efficace è un percorso di autoconsapevolezza attivato dalla relazione con gli/le altre docenti e con i/le bambine/i e ragazze/i. Avviene in momenti di scambio dedicati, organizzati dalla scuola insieme ai docenti, momenti a scadenza fissa che consentano un confronto puntuale e approfondito sulle dinamiche di ogni singola classe, sulle difficoltà individuali e sull’identificazione di strategie comuni da sperimentare nel contesto peculiare nel quale ogni consiglio si trova a lavorare.

Per questo è importante parlare di autoformazione. All’interno degIi spazi burocratizzati e vincolanti della scuola pubblica è necessario favorire dei cortocircuiti, dei momenti di incontro in cui ciascuna mette a disposizione delle altre buone pratiche, strumenti, metodologie, bibliografie e le diverse forme di materiale didattico, così da superare la disomogeneità e supportare quel personale educativo che si trova in situazioni di scarse risorse e mezzi o di solitudine quando la propria esperienza è delegittimata o trova difficile attuazione.

Pensare un’educazione alla sessualità che metta radicalmente in discussione la cultura eteronormativa, il binarismo sessuale e di genere, che parta dai corpi presenti in aula – di ragazzi e ragazze e degli insegnanti – vuol dire immaginare uno stravolgimento dell’organizzazione scolastica. Ogni disciplina va ripensata da un punto di vista femminista, critico e radicale sui saperi. Non si tratta di inserire una “materia” in più, né dell’addizione ai programmi di studio del contributo delle donne intese come appendice al sapere dominante, ma un approccio trasversale capace di riconoscere le fonti socio-culturali delle diseguaglianze tra maschile e femminile e decostruire i rapporti di potere; una pratica educativa intersezionale e “meticcia” che non prende a s/oggetto il femminile bianco occidentale, ma è capace di prendere in considerazione e rendere risorsa le molteplici intersezioni delle identità di genere, degli orientamenti sessuali, delle provenienze geografiche e culturali, delle diverse abilità. Strumento cruciale di questo processo è il linguaggio: un linguaggio non sessista che riconosca le differenze e non le silenzi nel maschile universale; un linguaggio capace di rendere conto delle esperienze delle donne e degli uomini nei diversi ambiti della società senza rendere le une ancillari dell’altro.

La sfida della scuola, in quest’ottica, sarebbe il superamento di quel concetto di normalità che invece troppo spesso viene imposto, una reale messa in discussione del proprio ruolo istituzionale fortemente “normalizzante” che vede nel “fuori norma”, in ogni sua forma, l’equivalente di un problema.

Spesso la scuola ha necessità di catalogare le complessità che la attraversano all’interno di inflessibili categorie, il più delle volte mutuandole dal mondo medico-scientifico: chi non è riconoscibile all’interno del genere “maschio” o “femmina”, chi è straniero o disabile o Bes semplicemente non rientra in quella “normalità” rassicurante. Non sono esonerati da tale meccanismo le/gli insegnanti che sono portatori, anch’essi, di vissuti e modelli non sempre accettabili dal rigido, arcaico e patriarcale mondo dell’istituzione scolastica. Molto più spesso, ciò che non rientra nei parametri della normalità, viene ignorato e taciuto: eppure quei non-detti continuano ad agire e a innescare conseguenze ben visibili.

 

Uno degli aspetti che rende prezioso questo libro è la chiamata alla responsabilità rivolta al mondo maschile. Non si può sostenere che tutti gli uomini siano colpevoli per ogni violenza di genere, conclude Gasparrini, allo stesso tempo, però, chi non si adopera per fermarla è altrettanto responsabile di un’indifferenza sociale gravissima che alimenta una cultura patriarcale generatrice di violenza.

«Ci vuole un villaggio per stuprare una donna» è il capitolo del libro The macho paradox di Jackson Katz, che riprende il proverbio Ci vuole un villaggio per crescere un bambino. La violenza contro le donne e la violenza di genere sono il risultato della cultura in cui cresce un uomo eterosessuale, una comunità che lo indirizza con norme rigide sin dall’infanzia, che riempie di pregiudizi, linguaggi e abitudini sessiste e che giustifica e accetta la violenza.

Da ottobre 2016 il percorsoNon Una di Meno prova con ogni mezzo a ribadire proprio questo importante punto di partenza: la violenza contro le donne e, più complessivamente, la violenza di genere, è un fenomeno da leggere e affrontare nella sua complessità e in ogni suo aspetto, attraverso nuove chiavi interpretative e nuove forme di contrasto.

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