Le gioie dell’insegnamento sessantasettesima

Analfabeti funzionali brava gente

di Marika Marianello

homer

Un problema importante è rappresentato dagli adolescenti di quinta. Non si tratta, banalmente, di un problema di gestione dell’ordine o ’ste cazzate qua, quanto piuttosto di relazione. Sono grandi e grossi, sono adulti e adulte sviluppate dai corpi ben formati: hanno barbe, braccia e petti villosi, voci grosse, spalle larghe, stempiature incipienti, ritenzioni, occhiaie, gambe affusolate, zampette di gallina e pelli già precocemente invecchiate dall’abuso di nicotina e alcol. E ti mettono davanti a una cruda realtà: l’analfabetismo funzionale giovanile.

Tipo: Prof, ma perché in Brasile si parla il portoghese e non lo spagnolo? Ma non è la stessa cosa? Perché tanti giocatori brasiliani sono negri?

Domande di questo tipo sono curiosità legittime, per carità, che ti aspetti provenire dalle bambine e dai bambini ai quali per esempio insegni Capoeira il pomeriggio, bambini e bambine di 4, 5, 6 e 7 anni, cui racconti la storiella della regina Isabella, di Cristoforo Colombo e delle tre caravelle, la Niña, la Pinta e la Santa María; la storiella del Brasile, precedentemente abitato da popolazioni indigene e dove approdò nel 1500 una spedizione portoghese guidata da un signore di nome Pedro Álvares Cabral; e infine la triste storia dei navios negreiros, gigantesche imbarcazioni che attraversavano l’Atlantico cariche di signore e signori africani dalla pelle molto scura che sarebbero diventati schiavi nelle piantagioni dei padroni portoghesi. Lo fai usando un linguaggio semplice e scherzoso, alternando frasi in italiano a canzoni in portoghese ao som do berimbau.

In quinto superiore, raccontare la storiella di Colombo a un pubblico che in media va dai 17 ai 21 anni è a dir poco imbarazzante.

Dici Vabbe’, è un argomento che fa parte del Sapientino Clementoni 6-9 anni e del programma di Storia della seconda media e poi di nuovo della seconda massimo terza superiore, quindi è facile che i ragazzi e le ragazze di quinta che hanno in dotazione una memoria a lungo termine equiparabile a quella di un pesciolino rosso o di un criceto si dimentichino nozioni di tale portata. Inoltre, oggigiorno, la reperibilità d’informazioni su Internet esonera la maggior parte degli studenti a immagazzinarle, quelle informazioni: altrimenti non si spiega, davvero, e sinceramente, come sia possibile che un ragazzo di 20 anni, che si fa la barba tutte le mattine e viene a scuola in macchina e dovrà auspicabilmente sostenere un esame di Stato, possa vivere tranquillo e beato senza sapere nulla del capitolo di Storia sulla cosiddetta Scoperta delle Americhe.

E ti chiedi se tu riuscirai a sopravvivere indenne alla ripetizione infinita e periodica di concetti che non vengono minimamente presi in considerazione dal 70% della società in cui vivi.

Ad esempio che il catalán è una lingua e non un dialetto; che il gallego si parla in Galizia e non in Galles; che il Galles non si trova manco in Spagna né nelle sue immediate vicinanze; che si trova nel Regno Unito; che semmai lì si parla il gallese; che del Regno Unito fa parte anche il Nord d’Irlanda; che i Pirenei non sono dei nani, no, ma una catena montuosa che separa la Spagna dalla Francia, un confine naturale, insomma, come le Alpi nostrane, sì, da non confondere con gli Appennini, però, attenzione, e che non si trovano in Calabria, proprio no; e vi ricordo pure che tra la Penisola Iberica e il Continente americano si estende spumeggiante l’Oceano Atlantico, e non il Pacifico.

Insegnare una seconda o terza lingua e trasmetterne i concetti culturali di riferimento a chi ignora la propria è un’impresa davvero ardua. Specie se a questi adulti e adulte nun je ne pò frega de meno, tanto c’è Internet. La lingua madre è la premessa fondamentale per lo studio delle altre discipline scolastiche nonché delle lingue straniere, così come è alla base della capacità di orientarsi nella società per prendervi parte attivamente; anche perché il linguaggio non soltanto permette di esprimere il pensiero, bensì gli dà forma, orientando a suo modo la percezione delle cose. Sembrano constatazioni banali, e magari lo fossero, ma purtroppo non lo sono affatto in un contesto in cui l’insegnamento dell’italiano nelle scuole (come L1 o L2) soccombe sotto il peso dell’ignoranza di cui le Riforme sono l’espressione massima, e la lettura è una pratica riservata a poche e piccole nicchie di radical chic.

Ogni regione, ogni città, ogni quartiere, ogni scuola, ogni indirizzo e ogni classe ha la sua percentuale di analfabeti funzionali. Non è che sono aumentati rispetto al passato, come credono gli itagliani che scarseggiano di memoria storica, al contrario: semplicemente, prima, gli analfabeti, che erano sostanzialmente i figli dei contadini e degli operai, cioè coloro che costituivano il cosiddetto sottoproletariato urbano, a scuola non ci andavano proprio. Dall’introduzione dell’obbligo scolastico nel 1859 con la legge Casati in avanti, anche gli analfabeti hanno cominciato a riempire le aule della scuola pubblica italiana — una delle migliori al mondo, ricordiamolo, fino a una manciata di anni fa — e l’analfabetismo strumentale, ovvero la totale incapacità di decifrare (e produrre) uno scritto, viene a poco a poco debellato con risultati straordinari: finalmente anche i bambini e le bambine appartenenti alle classi subalterne hanno imparato a decifrare i segni che formano le parole e le frasi. L’apprendimento però si blocca alla decodificazione dei simboli e, crescendo, molti itagliani non hanno imparato a comprendere il significato globale delle parole che insieme formano le frasi che a loro volta formano articoli di giornale, istruzioni per il funzionamento della lavatrice, foglietti illustrativi, bugiardini, contratti legalmente vincolanti, programmi elettorali…  Né tanto meno sono in grado di riassumerlo ed esporlo in maniera chiara e coerente. Vuoi anche perché la loro capacità di concentrarsi su un testo scritto ormai si limita a un post di Facebook e si esaurisce alle 100 massimo 120 parole.

Gli analfabeti funzionali, coloro i quali decideranno le magnifiche sorti e progressive degli italiani e delle italiane, non sono in grado di fare illazioni o sostenere ragionamenti logici complessi, guardano Maria de Filippi e si esprimono con un vocabolario che va dalla lista della spesa al menù del Mc Donald o del Burger King.

Gli analfabeti funzionali conducono stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura, l’arte o la storia e, di conseguenza, anche nella comprensione di cifre, tabelle e percentuali trovano difficoltà insormontabili. Si informano (cioè: non si informano) solo attraverso la TV e le piattaforme sociali: l’era del web 2.0 ha poi aumentato l’esposizione a informazioni più o meno attendibili e a continui errori d’ortografia che vengono sempre più tollerati e reiterati.

Gli alfabeti funzionali traducono il mondo paragonandolo esclusivamente alle loro esperienze dirette e non sono capaci di costruire né di capire un’analisi approfondita che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane nello spazio o nel tempo. Vantano una capacità di analisi meramente elementare che non solo rifugge la complessità, ma che anche davanti a eventi complessi come crisi economiche, guerre o flussi migratori, riesce soltanto a trarre una becera comprensione basilare e approssimativa. Dalla serie: «Prof, io voto Salvini perché il palazzo di negri vicino casa mia me sta sul cazzo» oppure «Che me frega del multiculturalismo, voglio un’Italia fatta d’itagliani».

Gli analfabeti funzionali sono a malapena indipendenti, si esprimono come dei barbari e votano.

Non bisogna sottovalutare la pericolosa relazione tra l’analfabetismo funzionale e il quadro economico, sociale e politico in Italia. Anzi. De Mauro, quell’illustre linguista e accademico italiano portatore del Sapere che ha persino assunto l’incarico di Ministro della pubblica istruzione laddove oggi risiede invece una troll con la terza media, ne faceva, a ben ragione, una questione politica, per due motivi: che un cittadino sia un alfabeta funzionale oppure no, in cabina elettorale conta sempre un voto; il secondo è che, senza una reale volontà politica adeguata alla gravità del problema, il problema non si risolve mica.

ignoranza

La definizione di analfabeta funzionale venne introdotta proprio dalla stessa UNESCO nel 1978: «Una persona è funzionalmente alfabetizzata se può essere coinvolta in tutte quelle attività nelle quali l’alfabetizzazione è richiesta per il buon funzionamento del suo gruppo e della sua comunità e per permetterle di continuare a usare la lettura, la scrittura e la computazione per lo sviluppo proprio e della sua comunità».

«Va detto che l’analfabetismo funzionale è una condizione che tutti possiamo sfiorare: in un tribunale quando ci impappiniamo dinanzi alla controinterrogazione di un abile avvocato, agli esami e, soprattutto, quando siamo esposti alla necessità di un salto di norma linguistica, dobbiamo scrivere aulico e non sappiamo farlo, dobbiamo parlare a un bimbetto e ci accorgiamo che non sappiamo farlo o, peggio ancora, dobbiamo servirci di una lingua diversa dalla nostra, che per certi aspetti conosciamo, per esempio ne sappiamo leggere testi tecnici della nostra materia, ma non sappiamo usarla per leggere o scrivere della quotidianità o di sentimenti.» Tullio de Mauro.

Siamo tutti e tutte un po’ disfunzionali, prima o poi.

ISTRUZIONE – Tullio De Mauro: se un mattino di primavera un governante…

Intervista a Tullio De Mauro di Giacomo Russo Spena

Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua

 

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