Le gioie dell’insegnamento sessantaquattresima

Il fattone

di Marika Marianello

fattone

Dennis è il secondo di tre figli, ha 16 anni e due genitori giovani e affabili che appena hanno potuto sono venuti a parlare con te, tenendosi per mano e mostrando un’amichevole cordialità nei tuoi confronti, un raro affiatamento matrimoniale e una sincera preoccupazione per il figlio adolescente, «scansafatiche» e «problematico». Dopo una bocciatura alla scuola per parrucchieri e un calcio nel sedere in primo, Dennis è approdato miracolosamente in secondo superiore dove, ad oggi, ha accumulato una quantità ingente di ritardi, entrate in seconda ora, assenze ingiustificate, note disciplinari e insufficienze. Entra puntualmente in classe 10/20 minuti dopo il suono della campanella, col caffè in una mano e i crostini al bacon nell’altra, fatto come una zucchina: viene a scuola per farsi le canne, pe’ spigne il fumo, socializzare e fare merenda. Passa pochissimo tempo in classe, giusto il tempo necessario per riprendersi un attimo dalla fattanza: si svacca all’ultimo banco a sinistra, quello vicino alla porta, e si chiude nel cappuccio e nelle cuffiette oppure, se è di buon umore, chiacchiera tranquillo e ride di gusto con i compagni o manda a fanculo l’insegnante. Non porta né il quaderno né il libro né una penna. Non svolge mai un compito, neanche per finta. Al compito in classe la sua unica mossa è scopiazzare un po’ qua e un po’ là e, se non ci riesce, consegna in bianco ed esce sbattendo la porta offeso.

Dennis ha un rapporto difficile e complesso con il concetto stesso di “stare in aula”: forse gli alimenta un senso di inadeguatezza e incompatibilità direttamente proporzionale alla sua percezione di appartenere a un altro mondo. Il suo prepotente bisogno di fuga si manifesta con le sue continue e petulanti richieste di uscire per andare in bagno/alle macchinette/in presidenza, a fare questa o quella commissione o parlare con tizio o caio; oppure bussa qualcuno: «Buongiorno, può uscire Dennis?», presumibilmente con la velata intenzione di poter usufruire dei suoi prodotti dietro pagamento. Tarpi le ali a tutte le sue chimere di libertà, ma tanto si annoia a morte là dentro e per ripicca ostenta atteggiamenti fatalisti e rinunciatari: «O ma che palle Prof, tanto tutta questa roba non serve a niente», e si rifugia nel telefonino. Ha una carenza di sonno cronica, colpa della pubertà, e della melatonina, l’ormone del sonno che viene rilasciato dall’organismo sempre più tardi, modificando di conseguenza l’orologio biologico, il ritmo di veglia e riposo: è risaputo quanto il sonno perpetuo abbia gravi conseguenze sul comportamento dei giovani, poiché aggravano ad esempio gli sbalzi d’umore già tipici dell’età, e sul loro rendimento (o abbandono: dropout) scolastico, dal momento che è più difficile memorizzare informazioni, esprimere la propria creatività o tessere relazioni positive. E le canne, così come tutte le sostanze psicoattive, specie durante il mistero dell’adolescenza, l’età in cui si sviluppano le dipendenze con la stessa velocità di un click, poiché agiscono su un substrato in crescita possono influire notevolmente sul funzionamento cerebrale, in particolare delle aree prefrontali deputate ai processi decisionali e alla regolazione emotiva e comportamentale, influendo dunque su abilità molto importanti quali la memoria, l’attenzione e le capacità cognitive generali.

Ha uno sguardo dolcissimo e un viso bellissimo, Dennis, anche quando sta fatto come una pigna e fa lo stronzo. Quando lo guardi, tuttavia, vedi la profondità di tutto il fallimento didattico ed educativo che la scuola a volte riesce a perpetuare: rappresenta, quel suo sguardo da Hello Spank, con le sopracciglia verso il basso e gli occhioni da tenerone paraculo, il fallimento inesorabile di una relazione educativa che vede coinvolti, uno a uno, tutti i professori e professoresse di tutte le materie, tutti gli psicologi e tutti gli assistenti sociali, tutta l’istituzione scolastica per intero, genitori compresi. Fa male dirlo, ah se fa male. Pronunciare il nome di Dennis tra colleghi o con la Preside o con la Vicepreside o persino con il bidello o la bidella evoca ormai un sospiro inevitabile che va dalla rabbia, alla rassegnazione, alla dolorosa ammissione di impotenza. Lo scrutinio di Dennis è stato un continuo sospiro, accompagnato e intervallato da commenti a mezza bocca, scuotimenti di teste e occhi bassi.

La Preside vuole mandarlo bevuto: «Si sparge la voce nel quartiere che a scuola si spaccia ed è un attimo che si rovina la reputazione della scuola, che già non gode di quella dei migliori licei del centro, cari professori e professoresse, siamo realisti.» Ha già avvertito le guardie che facciano irruzione a scuola. A sorpresa, perché altrimenti i ragazzi si avvertono tra di loro e non vengono beccati con le mani nel sacco e il fumo in tasca. «Che se lo riprendano i genitori, altrimenti: noi abbiamo fatto tutto quello che potevano per Dennis.» Tu, dopo pochi mesi, già non ce la fai più.

Dice lui: A Prof, ma tanto poi se cambia, se cresce. Guarda che ti bocciano, gli rispondi, o peggio ancora ti si bevono, non scherzare troppo col fuoco, poi che fai? Ma io Prof sarò più grande di Pablo Escobar, che me frega della scola. Vuoi rimanere un ignorante e darti al Narcotraffico, pensi davvero che sia una buona soluzione? Eppure sembri un ragazzo mezzo intelligente… A Prof, poi ce penserò, il futuro è ancora lontano… Guarda che ci hai 16 anni, quasi 17, mica sei un pupo… No, dico che poi se matura… Ma perché ti fai tutte ’ste canne — se solo di canne si tratta…? A Prof, io nun me faccio le canne, glielo giuro. Non ci avete manco le prove. Non mi prendere in giro, Dennis: perché l’anno scorso sei stato al SerT? Macché, lì me ci hanno portato i miei, Prof, io ce so’ annato pe’ falli contenti, ma quando esci da là te viene popo voglia de bucatte, altroché.

Senti che anche tu ti stai rassegnando a questo fallimento: vorresti sederti sulla panchina del cortile a farti una canna con lui, non dico a ricreazione, momento in cui tutto l’Istituto si riversa al di fuori dell’edificio-caserma con la smania di fumare il più possibile durante i 10 minuti d’aria e nicotina; andresti piuttosto quando non c’è nessuno, gli offriresti un bel caffè chimico delle macchinette in dotazione per i corridoi e te ne gireresti una bella grossa insieme a lui. Forse riusciresti a fare breccia nel suo cuore di fattone.

Dice che poi si cambia. Che si matura.

Mah. Che poi in alcuni casi è anche vero. Sono gli altri casi a preoccuparti.

fattoneQuotidiano

Gli adolescenti sono tra gli anelli più fragili della società. Il problema non è tanto e solo rappresentato dalle canne che si fumano a scuola, cosa che più o meno ha coinvolto tutti e tutte, in prima persona o indirettamente. Il problema che molto spesso viene sottovalutato è la tossicodipendenza e, con essa,  l’esposizione allo spaccio criminale di cocaina e di eroina e alla manipolazione e violenza che ad esso si accompagna, in una fase della vita, per giunta, in cui non sempre si ha piena consapevolezza del rischio che si corre. Fin quando il consumo di sostanze come la cannabis non sarà legale e non ci sarà una campagna *seria* che abbia innanzitutto intenti pedagogici, di educazione sulle droghe e di prevenzione contro l’uso e l’abuso di sostanze; e finché non interverranno misure utili alla neutralizzazione della domanda di spaccio criminale, continueranno a esistere piazze dove l’acquisto di fumo o erba espone i giovani a una pericolosa catena di abbrutimento potenzialmente graduale che porta all’isolamento, all’emarginazione e alla solitudine.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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