Le gioie dell’insegnamento sessantesima

Ricevimenti

di Marika Marianello

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Non finiscono mai: peggio che dal dottore di famiglia, file interminabili di genitori, zii, nonni e tutor che aspettano con l’ansia agguerrita di chi sa che sta per ascoltare cose mirabolanti, portentose e miracolose sui loro pargoli, inondano i corridoi e gli atri delle nostre tristi scuole.

Il brutto è che il dottore sei tu: sei tu a dover firmare ricette e a formulare diagnosi; sei tu il contenitore atto ad arginare le frustrazioni genitoriali del Ventunesimo secolo; tu e soltanto tu lo sportello d’ascolto di autonarrazioni interminabili più comunemente note come pipponi clamorosi del tipo Sa Professoressa, il problema di Carmine è la Matematica, sin dalle elementari, e io de Matematica nun ce capisco ’na mazza, cioè, fino alle frazioni pure pure, ma ora che sono passati alle equazioni di secondo grado non posso più aiutarlo…

C’è la madre logorata dalla deriva del figlio: Non lo riconosco più, da quando è passato al secondo superiore non spiccica più una parola, passa tutto il tempo chiuso in camera sua, se non lo sveglio dorme fino al pomeriggio, mi risponde male e non c’è verso che si lavi… forse se fa le canne o addirittura pippa la cocaina.

C’è la madre a pezzi che senza perdere di vista l’eleganza dei gesti ti sciorina addosso tutti i suoi drammi coniugali: Sa Professoressa, da quando mi sono separata da mio marito è cambiato, è stata dura per lui – e quindi si immagini per me –  vorrei rifarmi una vita, ma con tutti questi problemi a scuola non so proprio come fare…

C’è la madre furibonda, che entra a spada sguainata e con la fascetta di Rambo, sostenendo irremovibile la tesi del figlio innocente vittima di tutti gli insegnanti e le insegnanti di tutte le materie di questo sporco mondo…

C’è la madre che inveisce contro la discontinuità scolastica, la società che si sgretola, l’istituzione che va a rotoli, il sistema che è marcio, la Riforma che è ’na merda, l’Alternanza che è uno schifo, il Ministero che è ignorante e i tagli che ci rovineranno… Contro la realtà, insomma, che non si adatta ai suoi nobili sogni.

C’è la madre furiosa con la propria figlia adolescente: Questa ragazzina che ha tutto e non fa niente, che abbiamo fatto di tutto, che la accontentiamo in tutto e per tutto, sempre e comunque e ci ripaga così!

C’è la madre che non è mai venuta a un ricevimento che è uno ma sa tutto quel che c’è da sapere; quella che si congela dentro la navicella d’ibernazione per viaggi intergalattici e non sa manco che classe frequenti il suo rampollo e quella che viene in qualsiasi momento, fuori orario, fuori scuola, che ti manda a chiamare, ha bisogno di dirti, spiegarti, chiederti, incazzarsi.

C’è la madre spagnola o ispanoamericana che arriva già parlando in spagnolo: non hai ben capito se per testare il tuo livello linguistico o se per dimostrare che almeno in quello lei – e di conseguenza la prole – non ha alcun tipo di problema cognitivo-didattico.

C’è la madre che si giustifica: Sa Professoressa, a spagnolo non posso proprio aiutarlo, io alle medie avevo studiato francese, e qualcosa me la ricordo pure, anche se si tratta della bellezza di una trentina d’anni fa, ma spagnolo proprio no… qualcosina, tipo sol, amor y corazón… o bailando o despacito, ma oltre non posso andare…

C’è la madre che teme la reazione del padre: Stavolta questa pagella a mio marito non andrà giù per niente… ho nascosto i voti negativi degli ultimi mesi… e mo come gliele giustifico tutte queste insufficienze?!

C’è la madre remissiva che si rimette di buon grado, senza contrasti né resistenze, al parere dell’autorità di turno. Se la figlia va bene, è merito dell’insegnante. Se la figlia va male, è colpa sua che non ha saputo educarla.

E poi i papà. Perché sì, ogni tanto ci sono anche i papà: i papà che lavorano, che non hanno mai tempo, che Non posso mai prendermi un permesso, che Vorrei starle più vicino ma non posso. L’educazione dei figli e delle figlie, d’altronde, è noto, per la maggior parte delle famiglie tradizionali è affidata alle mamme, tranne poche, illuminate eccezioni.

C’è il papà piacente che ammicca, quello che se ti incontrasse in palestra ti mostrerebbe il bicipite: non può mostrarti come solleva un manubrio da 15 chili con il deltoide solo perché le condizioni scolastiche in quel preciso istante non glielo permettono. E soffre, per quella ingiusta limitazione.

C’è il papà Maschio alfa, quello che si sente superiore, più forte, più bravo, più sapiente e potente di default, e che quindi dà per scontato che tutto quello che hai detto, dici o dirai è un insieme di scempiaggini, indipendentemente dal fatto che sappia o no di cosa stai parlando. Più spesso NON sa di cosa tu stia parlando.

C’è il papà frettoloso e scocciato che è venuto a ricevimento sottraendo tempo prezioso alla sua rimunerativa attività solo ed esclusivamente perché più volte convocato in merito al 70% di assenze e ritardi oltre il limite consentito effettuati dal figlio minorenne a soli due mesi dall’inizio di scuola.

C’è il papà cow boy, gentile, educato e premuroso, con indosso camperos, cinta Charro, occhiali a goccia e cravatta di cuoio.

Ci sono mamma e papà, infine, che hanno perso la fiducia nel corpo docenti, che giudicano gli insegnanti e le insegnanti alla stregua di impiegati pubblici fannulloni che rubano lo stipendio, piuttosto che professionisti del sapere e della sua trasmissione,  orale e scritta, anziché laureati che hanno passato decine di anni sui libri a formarsi e a sostenere concorsi. Ci sono mamma e papà che hanno svuotato una generazione di insegnanti della loro autorevolezza, che ti fanno i conti in tasca e che inveiscono contro le tue 18 ore settimanali e i fantomatici tre mesi di ferie.

Ogni stereotipo di genere riferito a persone o situazioni esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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