Le gioie dell’insegnamento cinquantacinquesima

Tappabuchi

di Marika Marianello

crazy for football

Buongiorno ragazzi e ragazze, non disperate: sarò con voi solo fino a che la vostra professoressa non si libererà da un colloquio coatto con un genitore. Nel frattempo, nel timore che vi rompiate la testa a gratis o vi malmeniate a morte o vi insultiate impunemente, mi hanno chiesto di farvi da baby sitter: sebbene siate a un passo dalla maturità, anzi, a un anno, per l’esattezza, sapete che fidarsi è bene, ma non fidarsi degli adolescenti degli Istituti Tecnici di periferia è sempre meglio.

Una tappabuchi, Prof, praticamente! Ci siamo abituati, non si preoccupi! Cosa insegna?

Spagnolo.

Che bello! Hola, ¿cómo estás, corazón? Noi purtroppo facciamo francese, e non ci capiamo niente! Rien de rien!

¡Yo Profesora hablo un poquito de español y me gusta mucho porque mi hermana me lo enseña!

Ah che bello! Tua sorella fa spagnolo?

No, mi sono sbagliato, volevo dire prima, cugina: mia sorella non c’è più.

Mi dispiace molto… […] Che materia avreste ora?

Psicologia: siamo al Sociosanitario, noi, l’indirizzo per operare nel campo dei servizi sociali, in pratica.

Ah, che bello! Ce n’è un gran bisogno. E cosa state studiando ora?

I disturbi psichici e la salute mentale.

Siamo tutti un po’ disturbati, non trovate? Voglio dire che tutti quanti noi e tutte quante noi, almeno una volta nella vita, soffriamo di un qualche lieve disturbo. La salute mentale è una questione delicata che non andrebbe rilegata alla sola psichiatria ma di cui dovrebbe occuparsi tutto il distretto, per questo è molto importante il vostro ruolo, è carico di responsabilità: immagino che se siete qui è perché vi piace, e questo mi rincuora. C’è un libro molto bello che si chiama Crazy for football, ispirato all’omonimo documentario, che racconta l’avventura di 12 pazienti con gravi disturbi mentali che entrano a far parte della Nazionale di Calcio a 5 e che vanno a disputare il Mondiale per pazienti psichiatrici in Giappone, paese in cui, tra l’altro, i manicomi sono ancora in vigore. È intenso, divertente e anche commovente; molto utile, soprattutto, come tutte le cose che fanno ridere e piangere, perché spiega come attraverso lo sport si possa non tanto curare la psicosi, ovvero il disturbo, ma si può riabilitare e aiutare le persone con un disagio mentale a riprendere il controllo delle loro vite, tenendo sotto controllo l’uso/abuso di medicinali. Il gioco del calcio, e lo sport di squadra in generale, è un vero e proprio metodo per il reinserimento nella società di quelle persone che a causa della malattia e della diffidenza che si genera intorno ad essa viene ridotto dalla psichiatria al solo disturbo da cui è affetto e, di conseguenza, relegato e ghettizzato ai margini della società stessa. Non bisognerebbe mai smettere di praticare del movimento, un’attività: che si tratti di uno sport di squadra, un’arte marziale, una danza, il teatro, il canto, la musica… qualcosa, qualsiasi cosa, che vi permetta di esprimervi in tutte le vostre potenzialità fisiche e mentali e di intessere relazioni sociali. Così da non cadere nella sedentarietà o nella solitudine, causa prima di depressione, specie alla vostra età, così delicata, perché di passaggio. Magari organizziamo una proiezione/presentazione qui a scuola con gli autori e i ragazzi del documentario. Per quanto mi riguarda, a guardarvi, ora, mi viene da dire che sono quasi imbarazzata dalla vostra bellezza e dalla vostra giovinezza. C’è qualcuno che soffre di depressione e/o vuole dire qualcosa a proposito?

Io no, Profesora, non sono depressa, anzi, sono molto serena, per fortuna, ma è vero: l’equilibro mentale in certe fasi della vita può essere molto precario.

Io sì, invece, sono depressa, mi sento sola, apatica. A volte non dormo. So che è comune alla mia età e che magari non ho neanche il diritto di sentirmi triste, perché non mi manca nulla mentre invece c’è gente che ad esempio ha perso tutto, come il nostro compagno, o che vive in condizioni di povertà estrema, ma abbiamo studiato che persino una sciocchezza, o qualsiasi cosa ritenuta tale, può assumere una gravità insostenibile per colui che soffre. E io non riesco ad uscirne, nonostante mi trovi bene qui, in classe, con gli altri. Mi piace venire a scuola.

Profesora, io sono depresso, sono in cura da uno psichiatra e prendo degli psicofarmaci. Sono arrivato in questa classe meravigliosa — meravigliosa Prof, perché mi sta aiutando davvero ad affrontare la vita, un po’ come nel documentario che ha detto — insomma, dicevo: sono arrivato l’anno scorso, una settimana prima delle vacanze di Natale, e quando sono ritornato, a gennaio, la mia vita era cambiata, cambiata per sempre, perché pochi giorni prima di Capodanno, mia madre mi ha detto di andare a prendere il pane dal fornaio, e io sono uscito, e quando sono tornato la casa era esplosa, con mia madre, che era una maestra, pensi, e mia sorella, di 8 anni, dentro. Solo macerie: era esplosa la bombola a gas della vicina. C’erano i pompieri, l’ambulanza, tutto il quartiere Prof, tutto: un quartiere stupendo che ci sta aiutando con doni, ospitalità, collette, raccolte fondi, solidarietà, affetto… È venuta anche la Raggi, Prof, con la lacrimuccia, Prof, a darci le condoglianze di persona e a prometterci che il funerale sarebbe stato a spese del Comune e che ci avrebbe aiutato a ricostruire la casa o che ce ne avrebbe assegnata addirittura una. Lei li ha visti i soldi, Prof? Beh, manco noi. E la casa?! Non ne parliamo, guardi. Siamo rimasti io e mio padre e siamo andati a vivere a casa di mia nonna, che è la mamma di mia madre, e che per fortuna che c’è lei… Ma io voglio ricostruire la mia vita e la mia casa, lì, in quello stesso quartiere dov’è crollata.

Quando ti accorgi che non basta neanche un villaggio a tappare certe voragini.

esplosione Acilia_Ansa (1)-3

Gioia in segno di solidarietà nei confronti di chi, con la casa, ha perso tutto, da un giorno all’altro.

Certi amori arrivano inaspettati e ti travolgono.

Perché lo sport, via, alla fine ti porta a costruirti una socialità, anche se non vuoi.

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