Le gioie dell’insegnamento cinquantatreesima

Turbamenti

di Marika Marianello

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…sento che qualcosa in me vive alla vista delle cose quando i pensieri tacciono. C’è qualcosa di oscuro in me, sotto tutti i pensieri, che non sono in grado di misurare con i pensieri, una vita che non si esprime a parole e che pure è la mia vita.

Robert Musil

«Jessica, cosa ti turba, ché ti specchi ogni due secondi?»

«Mi turba il rossetto sui denti, Prof.»

«Guarda se ti può consolare per me sei perfetta, bellissima, anzi, ti dirò di più: mi piacerebbe vederti bandire questa tua ansia di piacere e compiacere, perché ti assicuro che non ho mai visto rossetto più bello del tuo.»

«Prof, posso dirle cosa mi turba, a me?»

«Certo, Luisa: cosa ti turba?»

«Mi turbano le medicine che prendo, che sono un po’ forti, e che mi influenzano parecchio l’umore, nel bene e nel male. Anche mia madre le prende. I miei compagni di classe e le mie amiche lo sanno, anche gli altri professori lo sanno. Ora lo sa anche lei. Ho un po’ di disturbi, ecco.»

«Grazie, Luisa. Non preoccuparti, però, tutti quanti noi abbiamo dei disturbi. L’importante è resistere alla tentazione di ridursi al solo disturbo e di crogiolarsi lì dove nessun altro può entrare. Bisogna avere delle cose da fare, delle cose belle da fare, per riempirsi le giornate di gioia, per riempire il lasso di tempo tra una medicina e l’altra: se uno si rinchiude in casa o in se stesso, nella solitudine, insomma, si cronicizza.»

«Anche lei prende delle medicine, Prof?»

«No, ma tutti abbiamo sofferto di un qualche disturbo nella vita, non solo coloro che prendono o hanno preso delle medicine. Endorfine, serotonina, dopamina: le puoi assumere con dei farmaci oppure le puoi creare tu, divertendoti, ad esempio, o facendo sport, Sport, perché aiuta ad avere una disciplina, a tessere relazioni con gli altri e le altre, aiuta anche a combattere i fantasmi, le paure, i complessi e le debolezze e aiuta la concentrazione, la salute mentale e fisica. Oppure facendo i compiti di Spagnolo. Vero?»

«Verissimo.»

«E tu, Pino, vuoi dirci cosa ti turba?»

Spallucce.

«Ti turba la scuola?»

«No.»

«E allora perché fissi sempre il vuoto, con aria angosciata?»

«Aspetto il suono della campanella.»

«Deve essere un’angoscia equiparabile a una punizione dantesca, la tua: aspettare 7 campanelle al giorno, ogni giorno… una tortura… Qual è la vera ragione per cui vieni a scuola?»

«La mia ragazza.»

«È molto carina, la tua ragazza.»

«Mi fa soffrire.»

«L’amore è spesso ingiusto, hai tutta la mia solidarietà.»

«Voi, Francesca, Jasmine e Chiara dei primi banchi: qualcosa che vi turba?»

«No, Prof, a noi niente, siamo serene, anche se viviamo in un quartiere problematico di estrema periferia e frequentiamo una scuola con un alto tasso di disagio. Noi abbiamo deciso che vogliamo emanciparci, anche se non abbiamo ancora ben capito cosa voglia dire, ma sappiamo che è un nostro desiderio. E un nostro impegno.»

«E tu, Elisa: qualcosa ti turba?»

«Tante cose.»

«Diccene una, se ti va.

«La mia famiglia.»

«Valerio?»

«A me mi turbano le parole scritte. In particolare, le maiuscole, santiddio, le maiuscole! Mi sembra come se fra loro e me si ergesse un muro che me ne impedisce la frequentazione, il dominio e il controllo. Qualsiasi parola su cui è impressa una maiuscola è per me destinata all’oblio istantaneo: città, battaglie, eroi, teoremi…»

«Per questo le scrivi sempre con la lettera minuscola? Per una specie di addomesticamento inconscio?»

«Sì, per dominarle e per varcare le porte di quelle parole che altrimenti sembrano darmi del cretino. E io non sopporto quando mi danno del cretino. Tipo mio padre, che mi dà spesso del cretino.»

«Ti capisco tantissimo, sono delle antipatiche arroganti le maiuscole, perché si considerano oggetto di conoscenza più delle altre parole di uso comune. Quindi non sei un cretino, Valerio, sono loro ad essere arroganti. Tu imponiti con la punteggiatura, e vedrai che cominceranno a rispettarti. Tu, Simon?»

«Io so’ negato, Prof. So’ negato: per le lingue, per la matematica, per l’italiano, so’ negato per tutto. E per giunta insolente, così me chiamano l’altri professori, me dicono che so’ maleducato. Io non ho capito: uno che è negato per buona educazione deve essere anche muto, immobile, non deve da da’ fastidio a nisuno? Deve esse’ scolarizzato, come dicono loro, morto, praticamente. Nato morto e negato, sarebbe stato meglio.»

«Non credo che tu sia negato. Magari, dico magari, un po’ disobbediente. Ma sano, sei un ragazzo sano. Ti pare poco? E tu, Anita?»

«Io ce n’ho ’n sacco de problemi, ma proprio ’n sacco, che se mo comincio affittamo domani, e nessuno me pò capi’, nisuno, anzi, me l’aggravano. Ahò, quando so’ andata dalla pissicologa s’è messa a piagne, lei, capito Prof? Perché tutti m’hanno detto Vai dalla pissicologa che magari te pò aiuta e vabbe’ io ce so’ pure annata, ma quella era una tutta truccata che se pensava de capi’ tutti i problemi mia, come le maiuscole, Prof, un’arroganza infinita. Ne vole sape’ uno? Che non ci ho un padre, e mo nun me veni’ a di’ che tutti ci avemo i problemi, che non so’ solo io e che quindi nun so’ giustificata e bla bla bla, perché io sfido chiunque a cresce senza un padre perché è uno stronzo.»

«No, Anita, certo che è ingiusto crescere senza l’amore di un padre. Tu, Wisdam? »

«A me mi prendono in giro. Perché ci ho i denti storti e perché so’ un po’ bruttina.»

«Secondo me sei bellissima.»

«Giuliana?»

«Mi vergogno.»

«Di cosa?»

«Di me stessa. Di essere una somara, della solitudine in cui mi sento confinata, della sofferenza a cui mi sento condannata.»

«Tu, Malisha?»

«Che so’ nata in Italia. E che so’ pure straniera in un Paese che non mi vuole accoglie’ ma tanto ’sti cavoli perché a me non mi piace stare qui e appena sarò grande me ne andrò da sto paese razzista. De merda, Prof, lo posso di’ de merda? Tanto non stamo a fa’ lezione.»

disagio

Vincent van Gogh, Notte stellata (1889).

L’epigrafe è tratta da I turbamenti dell’allievo Törless, di Robert Musil, nella traduzione di Enrico Gianni (Feltrinelli, 2004).

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