Le gioie dell’insegnamento cinquantaduesima

Impunita a scuola

di Marika Marianello

impunita

Adulti lo si è una volta per tutti: un triste giorno ti svegli e sei adulta, non sei più bambina. Lo ricordi bene quando è accaduto a te, quale sia stato il fatidico momento in cui si è innescato e avviato quel processo di maturazione che ti ha portato fuori dall’incubazione dell’eterno presente. Diventi adulta in quel preciso istante in cui per la prima volta il tuo papà o la tua mamma non ti prendono in braccio per portarti al letto, bensì ti svegliano perché ci vada da sola, piagnucolante, con le tue gambette. È il primo vero grande trauma dell’infanzia, equiparabile solo alla separazione dal liquido amniotico del ventre materno: interminabili viaggi in preda al sonno fino alla macchina o in ascensore o dal divano al letto, visto che la tua mamma e il tuo papà si rifiutano, di punto in bianco, di tenerti in braccio perché Pesi troppo, figlia mi’.

L’altro grande trauma, diciamolo, è la scuola: quella caserma dove ti dicono di stare ferma, di stare zitta, di non urlare, di non cantare, di non arrampicarti, di non correre, di non rotolarti, di non girarti, di non sudare… Quella insostenibile disciplina dei corpi che era una prigione per la tua puerile vivacità e la tua sonora esuberanza. «Oh, ’sta regazzina sarà pure intelligente, ma è proprio ’n’impunita», sentenziavano ad alta voce alcune maestre, scuotendo la testa. Boh, tu pensavi fosse un complimento. Anche perché tanto tu sapevi leggere, scrivere e far di conto praticamente già a tre anni e mezzo, per cui in classe te la scialavi proprio. A come Ape per te era una palla mostruosa; 2 + 2, un tedio mortale. Le pozzanghere, giocare a pappamolla, le formiche, gli alberi, i ponti e le spaccate: queste erano le tue passioni. E tua madre le condivideva con te. No A come Ape, maestra. E neanche giocare a “mamma e figlia” perché sono una femminuccia, maestra. E alla mia compagna di banco le do un bacetto in bocca e l’abbraccio forte forte, sì, maestra: che male c’è?

Dopo tredici anni di scuola, spesi tra il cemento e la campagna della periferia, ma non ti sei rotta le palle? Dopo anni di università passati sui libri, sui tavoli delle biblioteche, murata così spesso in solitudine: non ti sei rotta il cazzo? E allora, perché ci sei tornata?

Perché ti diverti. E perché insegnare non è una missione, è un lavoro, un gioco che si fa insieme, come imparare. Perché gli effetti della scuola sono diluiti nel tempo e sono visibili solo ed esclusivamente in una dimensione diacronica, a lunghissimo termine, è vero, lo stai capendo adesso, e tu hai l’ambizione di ritagliarti un piccolo segmento in quel lunghissimo. Per levarti le spine nel fianco che ti hanno lacerato i tessuti, a poco a poco, e che ancora te li lacerano. Ci vai nel tentativo di mischiarti, di mescolarti, di rotolarti con le impunite e gli impuniti di oggi: per dire loro che impunita o impunito può essere anche un complimento, e che la veracità è una dote, se sapranno farne buon uso; che non è facile, ma di non scoraggiarsi; che anche se non è vero che si nasce tutti uguali, lo si può diventare, a fatica, sì, ma si può, perché “con un battito d’ali uno studente o una studentessa possono tradire le proprie origini”; che nella gerarchia delle urgenze, la loro educazione è una tua, una nostra priorità; che non sarà soltanto la retorica del merito a giudicare i vivi, né il voto della maturità.

Ci vai per tutti i Gianni e le Gianne, i Pierini e le Pierine.

Per Anita.

Per Giovanna.

Per Diego.

Per Andrea.

Per Sami.

Per Ahmed.

Per Asia.

Per Mohamed.

Per Alice.

Per Pio Amato.

Per Mahmud e Chiara Peng che sono i Figli Maestri, insegnanti e mediatori dei loro genitori.

Per Alexandra che è BES perché è arrivata da soli tre anni e fa ancora errori d’ortografia, sebbene si sforzi di parlare l’italiano molto più di tanti suoi coetanei romani da sette generazioni.

Per Melissa che è problematica.

Per Simon che ha il sostegno perché ha avuto un’infanzia difficile.

Per Malisha che viene a scuola col velo, e che è già tanto che ci viene, a scuola.

Per Mirko che è rimasto orfano a soli tredici anni.

Per Lorenzo che non li ha conosciuti, i genitori, ma che a scuola ci viene lo stesso, anche se dice che non gli piace.

Per le Denise, le Giulie, le Francesche, le Alessie, le Michele che sono brillanti, intelligenti, simpatiche, piene di vita. Bellissime.

Per Nicolas, che è un bulletto. E non ce li possiamo permettere, i bulletti.

Per le piccole grandi scienziate.

Per la collega che è fonte d’ispirazione.

Per il collega che interviene al Collegio per indurre tutti e tutte a una riflessione pedagogica.

Per gli e le insegnanti come Lea Melandri, come Eraldo Affinati, come Vanessa Roghi, come Simonetta Salacone, come Girolamo de Michele, come Christian Raimo, come Mario Fillioley, come le Cattivemaestre.

Per i bellissimi papà e le bellissime mamme che hai la fortuna di conoscere.

Per i genitori di cui sei circondata.

Per contenerne i danni.

Per una lotta di classe all’interno di una scuola che la lotta la sta disertando.

Per cambiare il senso intrinseco dell’istruzione di massa.

Per la natura ambiziosissima, sulla carta, dell’alternanza scuola-lavoro, che di fatto non alterna nulla bensì reintroduce in Italia il lavoro minorile e – per giunta – gratuito.

Per tutti i banchi che riproducono, alimentano e talvolta creano le disuguaglianze sociali.

Per emendare, correggere e se necessario riscrivere, assieme agli studenti e alle studentesse i libri di testo in dotazione, affinché la pratica didattica risulti davvero efficace a decostruire gli stereotipi che la scuola continua a veicolare.

Per riportare il corpo in classe e restituirgli l’intelligenza perduta.

E per capire se “Vale di più un ragazzo vivo o un ragazzo scolastico”.

Perché l’infanzia è una condizione cronica di cui non ci liberiamo mai.

impunitaPic

Questa Gioia è, per forza di cose, il compendio del fine settimana appena scorso, in cui ha avuto luogo Impunita, il Festival della cultura critica dell’infanzia. In particolare, mi sono ispirata alle parole (dette e non dette) e alle emozioni suscitate da alcuni incontri a mio avviso fondamentali, come (in ordine come da programma):

Migrazioni e saperi

Una scuola può tutto

Figli Maestri

A Ciambra

A che genere giochiamo?

I sensi della vittoria, oltre il risultato

Da grande farò la scienziata

Gli strumenti della prof

La scuola del futuro

Grammatica corporea della fantasia

Bambini nel tempo

Roda de Capoeira

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