Aria di scuola

Intervento delle cattivemaestre al festival Aria

16 settembre 2017 – Casa delle donne Lucha y siesta

Se parliamo di aria e scuola il primo collegamento che ci viene in mente è quello agli spazi esterni, di cui quasi tutte le scuole sono dotate. Il quadro attuale racconta di cortili e giardini abbandonati e incolti, ormai inaccessibili, dall’infanzia alle superiori.

Nel 2013 Save the Children ha lanciato una petizione nell’ambito della campagna Allarme Infanzia, per chiedere un intervento urgente del Comune per la Scuola Elementare Pisacane nel quartiere di Torpignattara. La struttura versava in condizioni di degrado, con muri e soffitti cadenti, muffa e sporcizia e con spazi esterni lasciati all’incuria.

Lo stato di abbandono, che spesso degenera in casi di vera e propria “emergenza”, riguarda moltissime delle scuole romane, nonostante dal 2014 sia stato sbandierato il piano di edilizia scolastica, fortemente voluto dall’allora presidente del Consiglio Renzi, che prevedeva e prevedrebbe tutt’oggi finanziamenti dai nomi evocativi – scuole nuove, scuole belle, scuole sicure, scuole innovative – per la messa in sicurezza, ristrutturazione e realizzazione di edifici scolastici.

Il caso di “Scuole Belle” è un esempio utile a capire la vera logica con la quale vengono distribuiti i fondi per le scuole e per smascherare la retorica renziana sull’istruzione, fatta di dichiarazioni roboanti e grafica ammiccante. L’obiettivo del progetto di ristrutturazione degli edifici scolastici in realtà non erano gli istituti: i soldi, 450 milioni di euro in totale, sono stati stanziati per risolvere il problema degli ‘ex Lsu’, migliaia di lavoratori che svolgono le opere di pulizia nelle strutture scolastiche del Paese, messi in difficoltà dal ribasso dell’ultima convenzione Consip.

Il principale criterio di ripartizione è stato il numero di lavoratori presenti nella provincia: i soldi non sono andati alle scuole che ne avevano più bisogno, non c’è stato alcun bando a cui gli istituti potevano partecipare, nessun censimento specifico per monitorare gli interventi da effettuare. I fondi sono stati distribuiti a pioggia, senza considerare gli interventi realmente necessari; importi spesi per operazioni marginali, perché solo queste rientravano nelle competenze e i permessi dei lavoratori da occupare (imbiancare le pareti solo fino a un metro di altezza, spostare materiale didattico, cancellare scritte, risistemare giardini) .

Molti dirigenti inizialmente entusiasti, che pensavano di poter gestire quelle risorse in base alle necessità della singola scuola, si sono ritrovati a rifiutare i finanziamenti, perché di fatto inutili.

La manutenzione e la pulizia delle scuole viene invece purtroppo frequentemente presa in carico dalle famiglie, che, armate di secchi, ramazze e buona volontà, sopperiscono gratuitamente alle carenze del lavoro ordinario di dovere pubblico delle Amministrazioni, per cui già pagano laute tasse. In alcuni casi la “buona volontà” è frutto di vere e proprie richieste della scuola stessa, che attraverso moduli ufficiali richiede ai genitori di indicare disponibilità e “competenze specifiche” in vista delle giornate di pulizia e “lavoretti”.

È evidente quindi che non siano ancora stati sufficienti ed efficaci gli interventi e gli investimenti per l’adeguamento delle strutture scolastiche a condizioni di vivibilità, sicurezza e bellezza. E preferiamo parlare di bellezza (e non di decoro), perché crediamo che bambini e bambine, ragazzi e ragazze abbiano bisogno di vivere a contatto con la bellezza per crescere, di muoversi, di attraversare ambienti diversi e di sperimentare.

La necessità di muoversi è invece quotidianamente ristretta non solo dalle strutture obsolete e fatiscenti, ma anche da un’organizzazione scolastica estremamente limitante.

L’importanza pedagogica di garantire ad alunni e alunne la libertà di esplorare gli spazi scolastici in autonomia è sacrificata dalla rigidità di molti dirigenti di nuova generazione sempre più preoccupati da burocrazia e bilanci che da pedagogia e didattica, sempre più orientati al rispetto rigido delle regole per non correre rischi penali che dalla ricerca educativa condivisa e partecipata con docenti, collaboratori e genitori.

Le attività didattiche vengono quindi organizzate secondo metodi che prevedono l’utilizzo degli spazi interni della classe o, nei casi migliori, dei laboratori, scandite dal tempo rigido del suono della campanella.

Esistono casi virtuosi di sperimentazioni educative di scuole impegnate a ripensare contesti di apprendimento ricchi e complessi nei quali educare i bambini, come ad esempio le esperienze degli asili nel bosco, le cui aule didattiche privilegiate sono quasi esclusivamente gli spazi esterni.

Esistono anche casi di insegnanti coraggiosi, come quelli che hanno deciso di svolgere il primo collegio docenti alla casa laboratorio di Cenci, trasformandolo in un vero e proprio momento di formazione outdoor; oppure esempi come quello della scuola Longhena di Bologna, che lo scorso anno ha fatto parlare di sé sui giornali perché i suoi docenti si sono opposti alle restrizioni della dirigente che trovava pericolosa, dispendiosa e indisciplinata la loro abitudine di trascorrere il tempo della ricreazione, ma anche dello studio, fuori all’aperto con gli alunni e le alunne.

“La scuola italiana è regolamentata da un ordinamento scolastico che detta dei principi sull’organizzazione. Spetta a me far funzionare il sistema”. Ha così argomentato la preside della Longhena il suo provvedimento per regolamentare gli spazi all’aria aperta della scuola. Quanto di più vero e drammatico: le priorità sono ordine e sicurezza, in una struttura gerarchica con al vertice il dirigente.

Forse non è un caso che la Rai abbia deciso di mandare in onda la scorsa stagione un reality dal titolo Il Collegio in cui ragazzi e ragazze di oggi vengono “rieducati” in una scuola ricostruita esattamente secondo il modello dell’ordine e disciplina degli anni ‘60.

Questo sistema sembra essere quello più rassicurante per gli insegnanti, sovraccaricati dalle responsabilità penali – basta leggere l’ultimo regolamento sulle gite scolastiche – e per le famiglie, spaventare da un senso di insicurezza che fa venire il pericolo sempre da “fuori”.

Forse il caso della scuola di Longhena suggerisce una strada possibile per uscire dall’immobilismo e dalla paura nella quale genitori e docenti sono confinati, spesso in conflitto tra loro.

Il desiderio di partecipare attivamente alla vita scolastica dei figli, l’interesse per il loro benessere all’interno della comunità educante nella quale sono inseriti, la voglia di attivarsi e di prendersi cura degli spazi della scuola, di interrogarsi su metodi e didattiche, sono molto preziosi. Negli ultimi anni sono nate tante “scuole alternative”, si sono diffuse diverse campagne come “la scuola senza compiti”, e quella “senza zaino”, che devono il loro successo proprio a nuove forme di alleanza e cooperazione tra genitori, docenti ed educatori dei territori. Dal nostro punto di vista però queste esperienze non possono che svilupparsi all’interno delle contraddizioni della stessa scuola pubblica e non al di fuori, o addirittura contro di essa (non possiamo lasciare al caso – l’appartenenza a una classe sociale, un background culturale o il nascere in una zona “fortunata” – la possibilità di far esperienza di un’educazione e di un’istruzione di qualità).

A Longhena genitori e insegnanti insieme, condividendo riflessioni e scopi, hanno bloccato le iniziative della dirigenza imponendo scelte diverse, hanno deciso di opporre organizzazione e cooperazione alla paura e all’isolamento. A Longhena oggi non ci sono campanelle; le lezioni e la ricreazione si svolgono spesso in giardino, un giardino che non ha recinzione, e i bambini sono liberi di giocarci rispettando le regole e i limiti che decidono insieme agli adulti.

Se il giardino della scuola dei nostri figli è abbandonato e in disuso allora, puliamolo pure, mettiamolo a posto perché venga utilizzato, ma facciamolo organizzandoci tra genitori e insegnanti e tutto il personale della scuola, trasformando quella che si vorrebbe fosse un’iniziativa di volontariato completamente acritica e funzionale alla distruzione di una scuola pubblica per tutti e tutte in un momento di rivendicazione che crea conflitto.

Le gite scolastiche rappresentano un tema controverso. Sebbene siano l’unica occasione per alunni e alunne e per i docenti di uscire fuori dalla scuola e apprendere in modo diverso direttamente nei luoghi di interesse, lo scorso anno molti e molte insegnanti hanno protestato contro le ultime direttive ministeriali che li individuavano come responsabili della sicurezza di mezzi di trasporto, autisti e strutture ricettive. In breve, se un insegnante si rifiuta di lavorare gratis h24 per cinque giorni e di assumersi l’onere di occuparsi di 25 minorenni lontani da casa, priverà i suoi alunni di un’esperienza irripetibile, sarà accusato di insensibilità e menefreghismo dai genitori e sarà terrorizzato dalla dirigenza con l’argomentazione che così facendo nessuna classe farà più gite, si spargerà la voce che la scuola non organizza uscite, caleranno le iscrizioni, salteranno classi e cattedre e quel rifiuto si ritorcerà contro l’insegnante già tormentato dal proprio senso di colpa.

C’è poi un altro modo di intendere il “fare scuola fuori dalla scuola”, ovvero tutte quelle relazioni che vengono intrecciate con le realtà del territorio, fuori o dentro le mura scolastiche. Mentre la legge 107 favorisce l’entrata dei privati come partner esterni, c’è chi, come ha fatto il tavolo Educazione di Nonunadimeno, porta avanti la riflessione sulla necessità di aprire la scuola al territorio attivando reti, cantieri di ricerca e sperimentazioni al di fuori delle logiche di mercato, creando piuttosto relazioni sistemiche tra soggetti, basate sulla condivisione di saperi e pratiche e sulle esigenze formative individuate dagli e dalle insegnanti.

Le pareti delle scuole dovrebbero essere mobili e permeabili a ciò che avviene fuori e in grado di restituirlo attraverso momenti di incontro, discussione, formazione.

 

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