Le gioie dell’insegnamento quarantottesima

Le convocazioni

di Marika Marianello

zero

Quelle terre promesse — spesso non mantenute — dove approdano fiumane di docenti senza fissa cattedra: i precari.

Terre inferme che assumono le anguste sembianze di corridoi, atri e sale degli edifici scolastici del fatidico modello B; terre franche dove le più basiche e diffuse norme del quieto vivere, della buona educazione, del senso comune, della società collettiva, delle fasce orarie e persino quelle igienico-sanitarie non sempre hanno ragion d’essere applicate in onore dei loro graditi ospiti di riguardo; bensì seguono le logiche sequenziali della comunità indigena d’appartenenza e, quindi, del suo capo tribù: il o la Grande Dirigente Scolastic@.

Un rituale d’iniziazione dell’anno scolastico che si ripete con rigorosa cadenza annuale. Cambia il tempo ma le convocazioni no. Sebbene gli attori, le comparsate e i camei tendano ogni volta ad avvicendarsi in un copione di kafkiana memoria, le variazioni sul tema sono straordinariamente suggestive: urla, minacce, omicidi, svenimenti, pianti, compianti, lamenti e piagnistei; risate, sghignazzate, ghigni e sogghigni; condivisioni di saperi, dritte, soffiate e svolte; voci, dicerie, pettegolezzi, ciance, insinuazioni e maldicenze. Si lasciano attendere, queste birichine, come una bella donna al primo appuntamento dopo mesi d’astinenza; seminano suspense e trepidante attesa quando non un insidioso e sano panico da precariato; tradiscono una pacata e misurata postura provocando tic nervosi e atti compulsivi che si manifestano nel controllo ossessivo della posta elettronica fino all’arrivo della tanto agognata e-mail che recita: «Gentile docente, si è resa disponibile presso la nostra scuola RMIC… una supplenza con le seguenti caratteristiche…»

Esplosioni di gioia e tuffi in mare. Perché le convocazioni sono le terre promesse avvistate dai naufraghi. Da lontano. A volte da molto lontano. Lontanissimo. I supersiti convocati pensano Evvai, terraferma! Posso nuotare sin laggiù: finalmente la nomina, la presa di servizio… Bracciate in stile libero raffazzonato, respirazione ansimante e forti battute di gambe mentre tutt’intorno si distende il mare di sfiga, che è un po’ tortura un po’ via di fuga, fino all’orizzonte, quel limite invalicabile, un sigillo, “la traccia di un pennello quasi asciutto”.

«Si stata convocat? Ma a quale fascia appartieni? E perché si venut? Ti si scetata appost?»

«È che mi serve ispirazione per scrivere le Gioie dell’insegnamento!»

«Abbrava! Tornatene a casa a scrivere adesso, che è meglio. E tanti auguri assai!»

Una volta approdata, ti accodi in segreteria per il controllo credenziali punteggio. Pensi: Sono salva! Invece è solo un miraggio.

E tuttavia, “Così tra questa / Immensità s’annega il pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

MARE

Special thank to (Z)Zerocalcare.

L’illusione monarca, di Marcelo Cohen (Gran Vía, 2016).

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