Le gioie dell’insegnamento quarantaseiesima

L’ultimo giorno di scuola

di Marika Marianello

MaiNaGioia1

E anche quest’anno sei miracolosamente sopravvissuta all’anno scolastico e all’ultimo giorno di scuola. Non pensavi ci saresti riuscita, e invece: tutto liscio come l’olio. O quasi.

Solo due risse, una in cortile e una nell’atrio: due maschi coinvolti in entrambi i casi, e sempre per una donna. Il primo duello d’onore perché quello del IB tocca il culo (“e che culo, Prof.”, ci ha tenuto a precisare durante la deposizione quello che le ha prese) alla sua compagna di classe, Tamara, e quello del IC, che vantava l’esclusiva fino a 6 mesi prima, s’è fatto, a torto secondo alcuni testimoni e a ragione secondo altri, girare i maroni, motivo per cui gli ha sganciato un destro-sinistro durante la ricreazione; la seconda disputa, al primo piano, perché quello con le Hogan del liceo confinante non sopporta la tenera amicizia tra la sua fidanzata e il compagno di classe con gli occhi azzurri e il fisico tutto body building e steroidi. In entrambi i casi ti hanno mandato, da potenziata quale sei, a placare gli animi degli adolescenti accecati d’amore: e allora hai sfoderato una bella paternale, di quelle memorabili, sul potere della parola, dell’argomentazione e del sangue freddo, sulla superiorità dell’indifferenza e sulla volgarità della gelosia; gli hai detto che non vale mai la pena ricorrere alla violenza in nome di nessun amore, anche se sai bene che a Roma chi mena pe’ primo mena du’ vorte e che una capocciata in certi frangenti può dire più di mille parole.

Ti hanno offerto un prosecco in IV e una briscoletta in III; in V avete parlato delle tesine, delle regole grammaticali dell’inglese base e dello spagnolo livello A1 in vista del fatidico esame d’immaturità e, persino, dei progetti futuri: qualche ingegnere, geometra e architetto; due pompieri, un tronista, un mantenuto da una MILF, due bagnini, un idraulico, un elettricista, alcuni nell’azienda di papà, altri quello che trovo; due tatuatrici, una piercer, una segretaria, una calciatrice della nazionale femminile. E poi il disperato nostalgico che ti confessa che la scuola gli mancherà, ah se gli mancherà, ma proprio tanto, perché svegliarsi la mattina a settembre e non sapere cosa fare né dove andare gli mette un’angoscia… E lo capisci. Ah se lo capisci.

Qualche atto vandalico gratuito durante l’ultima ora, minicciccioli sparsi, cori rivisitati, lacrime di commozione, disperazione e felicità; insulti vari, gavettoni, baci e abbracci allo scoccare dell’ultima agognata campanella.

La Preside che ti stringe la mano e ti dice: “Grazie di tutto, Professoressa, torni a trovarci quando vuole.”

E infine il ragazzo MMA, quello con le spalle più larghe di Roma sud, la maglietta Leone attillata e i pantaloncini dell’ASroma, quello che non sa una parola d’inglese manco a pagarlo oro, ma che quando gli hai portato Love the way you lie si è messo in piedi sulla cattedra e ha rappato magistralmente il pezzo di Eminem inventandosi tutte le parole di sana pianta e meritandosi a mani basse la standing ovation della classe in delirio, te compresa; quello che quando ti vede ti strizza sempre l’occhio e ti strilla allegro “A bellissima buongiorno!”, e che al torneo di calcetto sembrava un torello sciolto durante una corrida a Las Ventas e ha segnato 15 gol alla squadra avversaria e uno te lo ha anche dedicato: insomma lui, le ragazze del corso di recupero, la donna alfa con le stampelle e il pelirrojo che ti vengono a salutare e ti dicono: “A Prof., ma ce viene Lei l’anno prossimo a facce inglese? O spagnolo, come je pare a Lei…”

Speriamo, ragazzi, speriamo.

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(Questa Gioia, è d’uopo specificarlo, fa riferimento all’ultimo giorno di scuola dell’anno scorso, passato a sopravvivere in un Istituto Tecnico qualsiasi della periferia romana, da potenziata. Era rimasta inedita, per questo ho ritenuto giusto che anche lei vedesse la luce in questo Blog, insieme alle emozioni che le hanno dato vita in quelle irripetibili circostanze. L’ultimo giorno di scuola di quest’anno è stato diverso, è chiaro, perché in un’altra scuola, con altri ragazzi, altri colleghi, altri collaboratori, un’altra preside… Ogni momento è a sé, e punto. Eppure, in fondo, c’è qualcosa che li accomuna sempre, una specie di denominatore comune: sarà la malinconia, l’allegria, la frenesia, l’eccitazione, la ritualità, il romanticismo e il cinismo che accompagnano il tanto bramato ultimo giorno di scuola. C’è gente comune e volgare, poi, senza né arte né parte, culona e bifolca, anche un po’ frustata e complessata, che si riempe la bocca di paroloni, il curriculum di minchiate e il cognome di titoli, magari anche sul citofono: forse per colmare la grande frustazione di non saper fare un cazzo fuorché criticare. Ecco, questa gente, che probabilmente non ha mai ricevuto una dedica d’amore su un compito svolto in classe o a casa, che non si è mai commossa per un’interrogazione andata bene o una bocciatura; che magari non ha mai sudato un paio di magliette durante un’ora in classe e non sa bene cosa voglia dire sostenere esami e concorsi, scrutini e collegi, tra decreti e riforme discutibili e condannabili; che non ha mai passato le notti in bianco a studiare né assaporato fino in fondo le grandi gioie e dolori dell’insegnamento, ecco, questa gente, taccia per sempre e si goda la fine dell’anno scolastico.)

Gaia

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