Le gioie dell’insegnamento trentottesima

Giornata tipo

di Marika Marianello

sveglia

Al risveglio il primo pensiero è sempre devotamente rivolto all’aroma del caffè, il secondo all’evacuazione corporea, il terzo ai tuoi amati alunni, uno ad uno, perché senza la loro presenza sul registro elettronico non avrebbe molto senso rotolare fuori dalle soffici lenzuola profumate e riversarsi sull’asfalto mattutino.

Ti prepari con cura l’artiglieria e ti incammini decisa verso il campo di battaglia, sperando di uscirne non dico vincitrice, ma neanche morta ammazzata. Varchi a viso aperto e a testa alta la soglia dell’edificio canticchiando Vola una bomba sulla scuola la Preside che vola è morta vola. Attraversi l’atrio elargendo sorrisi di circostanza a destra e a manca ed evitando accuratamente conversazioni oziose con colleghi e bidelli. Percorri il corridoio recitando a denti stretti un Padre Nostro e due Ave Maria, memore del catechismo infantile e sperando che l’espiazione dei peccati sia rimandata anch’essa a settembre. In sala professori firmi la tua presenza, conscia del fatto che come ogni giorno stai sigillando la tua condanna a morte lenta: l’energico efficientismo con cui affronti la pubblica funzione che ricopri è il frutto di anni di interminabile burocrazia universitaria romana.

Entri finalmente in classe piena d’energia e voglia di fare, con una P38 infilata nel calzino e tutto un ricettario di pronto intervento per affrontare le sei ore che ti aspettano: Tavor, Xanax, Lexotan, Valium, Ansiolin, Control, Rivotril, Lorans, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam. Sei un’insegnante ansia e sapone e così contenta del tuo lavoro che te lo ripeti come un mantra battendoti il petto con il pugno per tre volte. Alla fine dei quali, rincuorata e incoraggiata, con una pasticca Superman sotto la lingua, rivolta al tuo pubblico di 30 adolescenti con spiccata personalità e in preda al disagio esistenziale, esclami: Buenos días, chic@s, ¿qué tal?

Ti rispondono in tre, svogliati, con le caccole agli occhi, la fiatella mattutina, le ascelle pezzate.

Inviti i soggetti ad usare il deodorante, a sputare le gomme nel cestino, a riporre panini con mortazza e cellulari nello zaino, ad alzare le serrande, a prendere posto, libro, quaderno, astuccio e penna. Ci impieghi un quarto d’ora, più o meno; dopodiché fai l’appello, spunti  gli assenti, firmi le giustificazioni, eviti morti e feriti, plachi polemiche autoreferenziali e pretestuose e, finalmente, entri nel pieno della tua mansione. La prima ora riesci a sfangarla, senza troppe pretese né troppo successo ma senza neanche fare troppo fiasco, dài: riportando un ordinario insuccesso quotidiano, ecco. L’effetto della metilendiossinaetanfetamina d’altronde continua, per cui riesci ad incassare la frustrazione con eleganza indotta e ad accumulare i punti disfatta per l’ora dopo. E così via, fino alla ricreazione, durante la quale in genere ti chiudi nel cesso per un pianto belante dovuto all’hangover incipiente. Ti soffi via il moccio dal naso come insegna Cortázar e ti fai un Tequila bum bum al bar della scuola per farti risalire la botta ed affrontare con la giusta dose di vivacità e brio le ore che ti separano dall’ultima campanella. Sei felice: i tuoi allievi sono sempre estasiati dopo la ricreazione per via delle pomiciate nei sottoscala o le risse in cortile, oppure semplicemente rotti, piegati e rilassati dalle canne di puzzone sul retro.

Tutto fila liscio come l’olio, come la seta, come un velluto, come una pesca, come la saponetta sotto la doccia di un carcere di massima sicurezza in Colombia: via fino alle ultime ore quando, con la ghiaccia che ti scorre lungo il midollo spinale e lo sfintere in deficienza funzionale, acclami l’ultima campanella e varchi i cancelli delle gabbie che si dischiudono mesti sotto il peso delle generazioni presenti e future che trasbordano dall’edificio.

bufali

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