Le gioie dell’insegnamento trentasettesima

Lo Spleen

di Marika Marianello

noia

No Prof, è che la scuola è proprio noiosa, cioè, a tratti di una noia appena sopportabile, mentre la maggior parte delle volte è di una noia infinita, tremenda, intollerabile, allucinante, da impazzire, da svenire, da spararsi in bocca, sui genitali o sotto un’ascella. Cioè, lo dice pure Dio, che in principio era la noia, volgarmente chiamata caos, ma in realtà era uggia pura.

Iddio, annoiatosi della noia, creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante, persino l’uomo, tanto era il tedio. Poi Adamo si annoiò di sé e della solitudine e Dio creò allora una donna perché si facessero compagnia in Paradiso. Il settimo giorno della Creazione Dio era già tornato ad annoiarsi a morte e poco dopo anche Adamo ed Eva, perché il Paradiso doveva essere di una monotonia paurosa, e così per ammazzare la noia e rompere la routine i due mangiarono il frutto proibito. È chiaro che l’essere umano è condannato all’insofferenza, ed ecco sinceramente io pure m’annoio, Prof, tutti giorni la stessa minestra, la stessa roba. Perché un adolescente può davvero sopportare qualsiasi cosa, tranne una successione di giorni uguali e ordinari o peggio ancora un discorso barboso, prolisso e soporifero. C’è un’età in cui si forma la coscienza del Bene e del Male, ed è la stessa età in cui finalmente uno studente capisce che i professori non si suddividono in buoni o cattivi, ma in simpatici e noiosi. Ed è allora che la scuola diventa uno sbattimento di palle ingiusto e sotterraneo: un taedium vitae leopardiano, che la ricreazione non basta ad attenuare. Manco le canne e i bong ce la fanno.

Poi inchiodato in una stanza, a Profe, per sei ore… manco Gesù Cristo: è lì che nasce e prolifera il disagio giovanile, l’alienazione profonda, l’angoscia esistenziale, quel lungo affanno che ti accompagna fino alla promozione o allo spietato pollice verso, lo Spleen che non ti accanna fino al mostro finale del diploma di Maturità. Poi per carità, Profe, Lei ci ha ragione, quando dice che siamo giusto un po’ polemici tanto per e che ci lamentiamo solo perché siamo stati abituati così da quei rompicojoni dei nostri genitori e che ci lagneremo sempre, vita natural durante, dal momento che siamo una massa di stronzi incolti. Un po’ come quando ci attacca le pippe eco sostenibili sul nostro quartiere di periferia che critichiamo senza pietà per la sporcizia e la monnezza e poi buttiamo le cicche e i pacchetti di sigarette per terra; o che non andiamo mai in gita e poi ogni proposta muore nel letame della nostra indolenza; o che i Prof si ripetono quasi sempre seppure gli studenti non abbiano poi gran che da dire e che quindi la noia è spesso reciproca.

La scuola a volte sembra un circo decadente e fatiscente, Profe, i cui attori, che non sempre vantano un’arte, se avessero l’opportunità di fare altro, lo farebbero senza pensarci su un secondo: un circo dove la donna cannone è talmente grassa che non entra più neanche nel cannone, il mangiafuoco ha l’alitosi di un drago spento, il lanciatore di coltelli ha decimato pubblico e vallette, il clown si è trasformato nel Pennywise di Stephen King, il nano è una carogna di sicuro, il funambolo ha tagliato la corda e gli acrobati sono ormai vecchi alcolizzati ridotti pelle e ossa, vestiti di nero e un po’ emo. E il pubblico rompe li maroni e reclama.

Che palle.

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