Le gioie dell’insegnamento trentesima

Le diciotto ore settimanali

di Marika Marianello

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Quando ti trovi a spiegare, ad amici, parenti e conoscenti, che 18 ore settimanali non vuol dire LavorareSolo18h la settimana Che bucio de culo beata te.
Tralasciando il fuoco sacro dell’insegnamento, il coinvolgimento emotivo e le rotture di cojoni capillari e diffuse, cominci in genere con l’illustrare la semplice differenza tra l’insegnamento frontale, di 18 ore, sì, ovvero quello in classe, quello direttamente sul campo di battaglia, scaraventata in trincea dentro una classe di adolescenti o preadolescenti, 25 individui, in media, dove di certo non puoi farti i solitari né girovagare su FB né limarti le unghie né grattati la patata né strizzarti i capezzoli, da una parte, e il lavoro d’affiancamento, dall’altra: vale a dire tutte quelle ore (in media un’ora per ogni sessanta minuti passati in aula) spese a studiare – studiare, sì – correggere verifiche, studiare per i concorsi e preparare le lezioni. Diciotto ore per due, a casa tua, ne fanno 36. Ah vabbe’ ma quello che c’entra, ti rispondono. Già, perché in un Paese di semianalfabeti dove non si legge, non si studia, si prende una laurea con i punti del supermercato e del pieno benzina, dove il Ministro dell’Istruzione ha la Terza Media probabilmente ottenuta con un bel calcio in culo, e dove chi investe il proprio tempo a studiare, a fare ricerca o formazione e ad abilitarsi gode più o meno della stessa considerazione di un fancazzista sfaccendato cannarolo buono a nulla, tant’è che emigra all’estero, è chiaro che quello non c’entra.

Poi volendo uno può aggiungere al computo delle ore settimanali i vari ricevimenti, pomeridiani e anti pomeridiani. Ah ma quello che c’entra, è solo un’ora/due a settimana di genitori incazzati che vengono a difendere a spada tratta i propri pargoli innocenti, che vuoi che sia, mentre quelli pomeridiani sono solo due/tre pomeriggi l’anno, sebbene siano i pomeriggi più lunghi della tua vita, sì, che du’ palle, ma che sarà mai.

Poi tiri fuori l’asso dalla manica: i collegi, i consigli, gli scrutini, le riunioni con gli assistenti sociali, i corsi di recupero. Ma quello che c’entra, gli incontri pomeridiani con l’organico rientrano nelle 40 ore lavorative a settimana. Al che ti permetti di dissentire, spiegando che Guarda, forse hai perso qualche ora per strada, le 40 ore settimanali le abbiamo già sforate come minimo al primo paragrafo… Ma quello che c’entra, non parlo dei docenti che lavorano, parlo delle mele marce. Se è per questo a scuola ce stanno pure le pere cotte, i cachi maturi, le banane split e la frutta secca, ma non carpisci il motivo che si cela dietro alla smodata voglia di rompere tanto e continuamente il cazzo agli insegnanti che per giunta prendono du’ spicci inflazionati, e pure in ritardo, per provare a fare un lavoro che consiste nell’educare le giovani leve, quelle che saranno il futuro della patria e i bastoni della vecchiaia del Paese, in condizioni di precariato selvaggio, ignoranza diffusa, freddo becco durante l’inverno, disagio sociale avanzato, stronzaggine allo stato puro.

A coje i pommidori, là dovrebbero andare, gli insegnanti.

Tanto, in un Paese dove Quello che c’entra è spesso scritto Quello che centra, che vuoi che sia.

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