Dispositivo della promessa a scuola e sindacalismo sociale

Intervento delle cattivemaestre a Livre 2016

vintage-teacher1Al mercato delle illusioni[1] e Sindacalismo sociale[1] rappresentano due testi particolarmente utili per muoverci in questa fase politica confusa e hanno avuto la fortuna e chiaramente il merito di rivivere una nuova attualità alla luce di due recentissimi fatti politici: da un lato il referendum del 4 dicembre scorso, dall’altro l’appuntamento dello sciopero internazionale delle donne lanciato per l’8 marzo. Due eventi profondamente diversi che ci consentono di riconsiderare le tesi, le intuizioni, le proposte politiche contenute in questi testi.

Tra i diversi meriti del lavoro di Marco Bascetta, c’è l’uso accorto di alcune riflessioni teoriche per spiegare il fondamento dell’economia della promessa e la presentazione di alcuni casi concreti, che aiutano a dar conto della diffusione del dispositivo della promessa e della sua espressione più materiale, il lavoro gratuito.

Il caso dell’alternanza scuola-lavoro rappresenta a nostro avviso l’emblema da cui far partire una riflessione situata nel mondo della scuola, il settore nel quale lavoriamo come insegnanti precarie.

Si ha l’impressione, a guardare le ultime vicende politiche di governo, che persino i renziani doc provino a prendere le distanze dalla “Buona scuola”, che è stata senza dubbio uno dei canali attraverso cui il governo Renzi ha introdotto massicciamente forme di economie politiche della promessa. I dati sull’alternanza scuola-lavoro dimostrano infatti che si tratta di solo lavoro gratuito, che non ha nulla a che vedere con un progetto formativo.

Gli studenti sono obbligati a impiegare dalle 200 alle 400 ore in aziende, molte delle quali multinazionali come Mc Donald’s, Zara, Eni, H&M, con l’imbroglio di una “gavetta” che promette il futuro ingresso nel mondo del lavoro, mentre nel frattempo lo si sta effettivamente sostituendo al lavoro salariato.

Le aziende che stipulano accordi con le scuole non assumeranno mai gli studenti alla fine del percorso, ma ciclicamente impegneranno altri studenti che li rimpiazzeranno. Questo permette alle aziende di esimersi dalla retribuzione di migliaia di posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi, questi stessi studenti-lavoratori avranno come unica possibilità un pagamento attraverso i voucher.

Siamo evidentemente dinanzi ad un doppio fenomeno che è bene analizzare. Da un lato, come ci spiega molto chiaramente Bascetta, la reintroduzione di forme di lavoro servile, attraverso la dis-retribuzione delle attività svolte dagli studenti presso le aziende in cui vanno ad operare.

Ma c’è un’altra cosa che va sottolineata: con l’alternanza scuola lavoro, di fatto si reintroduce il lavoro minorile nel nostro paese. Si va dunque a sdoganare un principio di civiltà elementare che pensavamo erroneamente potesse essere indiscutibile. Con questo si evidenzia un fenomeno molto complesso dello sviluppo capitalistico, che non procede in nessun modo lungo una linea retta, rompendo con la retorica della modernità come progresso, ma bensì ci aiuta a chiarire la tendenza capitalistica che è quella di riproporre ciclicamente la restaurazione dell’arcaico.

Per stare ancora nel mondo della scuola, il lavoro gratuito eccede quello degli studenti: prima ancora di arrivare agli insegnanti, ci sono altri pezzi della comunità scolastica che vengono cooptati secondo la logica della gratuità, ovvero i genitori, ai quali non solo viene chiesto il cosiddetto contributo volontario, che chiaramente volontario non è, ma anche di dover prestare gratuitamente servizio di manutenzione nelle scuole dei loro figli, al punto che, in alcuni casi, i presidi hanno invitato a compilare moduli dove si richiedevano agli stessi di indicare “competenze” relative alla manutenzione di vario tipo da mettere a servizio della scuola.

Per quanto riguarda i docenti, va premesso che l’insegnamento ha sempre contenuto una quota piuttosto consistente di lavoro occulto, non visibile, di lavoro per il quale non è mai stata prevista una retribuzione. Si tratta del lavoro di verifica, di costruzione delle lezioni, le gite di istruzione, di una parte dei colloqui scuola-famiglia e tutte le altre misure straordinarie per le quali l’insegnante viene di fatto precettato dalla scuola.

Questo è evidentemente un elemento strutturale e dunque non congiunturale del lavoro dell’insegnamento. Ma, a partire da questa caratteristica, la scuola neoliberale di Renzi, ha enormemente ampliato la presenza della ri-feudalizzazione del lavoro, seguendo proprio la logica della promessa.

È il caso del “bonus merito”, l’innovazione interiore, per citare di nuovo Bascetta, introdotto dalla 107 in contrapposizione agli scatti di anzianità per tutti. Bonus affidato solo al docente più compiacente e disposto ad accettare più ore non retribuite. Questo chiaramente fa sì che la disponibilità stessa annulli di fatto le condizioni di una retribuzione.

Altro aspetto centrale è la formazione senza fine dei docenti, che rappresenta un ulteriore elemento di disciplinamento della forza lavoro, formazione che per i precari vuol dire affrontare anni di corsi e concorsi senza fine con la promessa di essere assunti, il tutto sostenuto a proprie spese e senza neanche un giorno di permesso. Come nel caso del concorso 2016, indetto per docenti già abilitati e che lavorano da anni nella scuola e che invece di essere assunti hanno dovuto sostenere l’ennesima prova selettiva organizzata ad hoc per raggirare la sentenza europea sui 36 mesi, la riforma del sistema di reclutamento dei docenti prevede che dal prossimo concorso i vincitori siano assunti con contratti peggiorativi in deroga al CCNL.

Per i docenti di ruolo, la formazione durerà per tutta la carriera professionale, sarà imposta dal Miur e da svolgere in orario extralavorativo e non retribuita, se non nei casi pagabili con la “bonus card”, che rappresenta l’ennesimo sistema in cui con una sorta di voucher, spendibili solo presso gli enti autorizzati dal ministero, si può acquistare con una libertà di scelta molto ridotta e canalizzata a priori.

L’insegnamento è un lavoro in cui la femminilizzazione è molto evidente. Il riferimento non è solo alle sue caratteristiche sociologiche più visibili, ovvero al fatto che circa l’82% del corpo docente che opera nel primo e secondo ciclo di istruzione sia donna. L’aspetto della femminilizzazione su cui, invece, occorre fare luce riguarda il contenuto stesso del lavoro scolastico.

Educazione ed istruzione costituiscono uno dei principali canali attraverso cui il lavoro di cura, relazionale e affettivo, che richiede quelle caratteristiche tipiche legate alla pratica “dell’insegnare”, diventano la fonte principale per la “fabbricazione di altri soggetti”, per la creazione delle identità e dell’autonomia del saperi degli studenti.

Le riforme della scuola che si sono susseguite negli ultimi anni, dalla riforma Moratti, passando per la Gelmini, fino alla Buona scuola di Renzi-Giannini, hanno pesantemente accentuato questi aspetti e posto l’enfasi sul nostro lavoro inteso come “missione” o propensione naturale al sacrificio in quanto donne.

Queste riforme, inoltre, nel campo specifico della didattica, hanno dato maggiore rilevanza alla costruzione delle competenze individuali, contro la formazione di saperi, in particolare quelli critici. Con la retorica dei Bes e il taglio degli insegnanti di sostegno, la dimensione di cura si estende dalle figure specializzate a tutto il corpo docente. La didattica delle competenze, (che non a caso si riferisce al trattato di Lisbona del 2001, intriso di ideologia neoliberale) è evidentemente il canale attraverso cui si vorrebbe costruire i futuri soggetti del lavoro, fino ad arrivare, alla diffusione anche tra i banchi di scuola, del lavoro gratuito, come abbiamo visto. Basta citare due delle otto competenze chiave: spirito d’iniziativa e imprenditorialità, imparare ad imparare, ovvero sviluppare la capacità di adattarsi ad un mercato che richiede soggetti flessibili, disponibili e versatili.

È importante richiamare questi aspetti legati alla femminilizzazione del lavoro perché nell’attività quotidiana delle insegnanti – cognitiva, relazionale, affettiva – la dimensione della produzione, intesa come lavoro salariato, e la riproduzione, intesa come “produzione dei soggetti ”, sono indissolubilmente interconnesse.

Da qui, è evidente, prende corpo la ricerca sui dispositivi organizzativi del sindacalismo sociale e sulle nuove forme dello sciopero.

Il libro Sindacalismo sociale, nel descrivere le varie forme attraverso cui prende vita questa nuova tensione organizzativa della lotta, ci aiuta a capire che il sindacato deve muoversi tra lavoro e vita, tra produzione e riproduzione per l’appunto. Allo stesso tempo, lo sciopero, per tornare a far paura e per essere davvero sociale, non può fare altro che rimettere in tensione proprio il legame tra produzione e riproduzione.

Lo sciopero delle donne che stiamo costruendo ci darà anche l’occasione per pensare in che modo si interrompe il nostro lavoro, in che modo partendo dal motto “se non valgo non produco” si inceppa anche la macchina di produzione dei soggetti.

L’esperienza di lotta della 2 giorni del 26 e 27 Novembre ha permesso di avviare delle importanti riflessioni, dalle quali stanno man mano prendendo corpo proposte e pratiche mutualistiche che proveremo a sperimentare nei prossimi mesi. E questa sarà la sfida che ci vedrà impegnate fino ed oltre l’8 Marzo.

[1] Al mercato delle illusioni. Lo sfruttamento del lavoro gratuito, di Marco Bascetta, il manifesto-manifestolibri, 2016.

[1] Sindacalismo sociale. Lotte e invenzioni istituzionali nella crisi europeaa cura di Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi, Deriveapprodi, 2016

 

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