Quale scuola contro la violenza e gli stereotipi di genere?

15202770_1282535401809479_7332680466591126740_nPerché è importante che il mondo della scuola scenda in piazza il 26 Novembre a Roma, in occasione della Manifestazione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne?

Questa è la domanda con cui abbiamo voluto sollecitare docenti, genitori, educatori ed educatrici, studentesse e studenti a prendere parte alla mobilitazione. Domanda alla quale abbiamo provato a rispondere in un video che racconta, attraverso brevi frasi, quanto ancora la violenza di genere sia fortemente presente e strutturata tra i banchi e le pareti delle nostre scuole.

Quando il percorso “Non Una di Meno”, costituito da diverse realtà come la Rete Romana Io Decido, l’UDI – Unione Donne Italiane – e D.i.Re – Donne in rete contro la violenza -, ha lanciato per l’8 ottobre scorso il primo appuntamento per incontrarsi in un’assemblea nazionale che iniziasse un confronto ed un ragionamento condiviso sul tema della violenza di genere, abbiamo immediatamente sentito che la cosa ci riguardava sia come insegnanti che come donne.

Quell’assemblea, estremamente partecipata tanto nelle presenze quanto nella ricchezza dei contenuti e dei contributi, è stata la prima conferma di una necessità e un desiderio forte da parte di moltissime donne di riprendersi spazi e di farlo determinate ad andare oltre un generico No alla Violenza, ma provando ad analizzarla in tutti i suoi aspetti e in tutti gli ambiti in cui si genera e si manifesta. Dalla varietà degli interventi di quell’assemblea sono nati 8 tavoli tematici, con l’obiettivo di redigere un Piano Nazionale Femminista Anti Violenza – salute, educazione, lavoro e welfare, giustizia, comunicazione, migrazioni, percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sessismo nei movimenti – che si sarebbero incontrati il 27 Novembre a Roma, dopo la manifestazione.

Perché dunque la scuola avrebbe dovuto prendere parte ad un percorso di questo tipo?

Perché la scuola è l’istituzione che ha il compito di formare i cittadini e le cittadine, sia con l’istruzione, sia attraverso complessi processi di socializzazione. È a scuola che si acquisiscono comportamenti, abitudini e stereotipi che incideranno fortemente sul modo di vivere i rapporti di ciascuno.

I continui atti di violenza contro le donne a cui ogni giorno continuiamo ad assistere, o che subiamo direttamente, affondano le loro radici in ruoli e stereotipi di genere appresi sin dalla prima infanzia in ambito famigliare, ma anche e soprattutto tra le mura scolastiche. Ruoli e stereotipi che vengono paradossalmente trasmessi da un corpo docente composto per la maggior parte da donne. Donne che ogni giorno fanno studiare alunne e alunni su libri di testo che raccontano un sapere al maschile, omettendo il contributo delle donne o relegandolo a brevi appendici; donne che usano ed insegnano un linguaggio che dà per scontato il “maschile universale”; donne che spesso agli occhi dei loro stessi studenti sembrano più mamme pronte ad accudirli, che professioniste preparate all’insegnamento. E quanto più si va ai gradi inferiori di scuola, tanto più educare sembra una missione che richiede naturale senso del materno e spirito di sacrificio. Questa visione del lavoro di insegnamento, in un contesto in cui assistiamo alla generalizzazione e all’accentuazione di quegli aspetti della femminilizzazione del lavoro che in questa fase si stanno estendendo alla forza lavoro tout court, apre il terreno alla precarizzazione e alla delegittimazione di tale professione, che la legge 107 ha definitivamente sancito.

La cosiddetta “buona scuola” attribuendo maggiori poteri ai presidi-manager e svuotando quelli degli organi collegiali, cedendo spazi alle ingerenze dei genitori-clienti, vincolando i fondi economici alle performances didattiche che insegnanti e alunni permettono ai loro istituti di raggiungere con test e valutazioni, riduce il corpo docente a una massa di individui isolati e ricattabili. All’interno della stessa legge viene però proposta l’introduzione di corsi di educazione alle differenze, per i quali non sono state ancora specificate né le modalità, né quali soggetti saranno incaricati della formazione. Gli/Le insegnanti rischieranno quindi di essere costretti/e ad una formazione imposta dall’alto senza poter decidere contenuti, lessico, prassi e interlocutori.

Più volte in questo lungo percorso che ha portato alle giornate del 26 e 27 è stata ribadita l’importanza invece di riprendersi la capacità di decidere su ciò che ci riguarda, non solo in ambito educativo, che è quello che più ci ha visto necessariamente coinvolte come Cattive Maestre, ma in ognuno degli ambiti che il percorso “Non Una di Meno” ha attraversato, da quello intimo dei corpi a quello istituzionale delle decisioni che coinvolgono l’intera società.

I tavoli del 27 novembre, a causa di un’adesione molto più numerosa del previsto, si sono trasformati in vere e proprie assemblee durante le quali si sono discussi e definiti vari punti relativi agli ambiti tematici proposti. Il lavoro di redazione del Piano Nazionale Femminista Anti Violenza è iniziato con grande entusiasmo e sono già stati lanciati ulteriori appuntamenti per proseguire le attività di elaborazione e scrittura e per nuove mobilitazioni, come lo sciopero delle donne proposto per il prossimo 8 marzo.

La manifestazione del 26 Novembre è stata una marea di più di 200.000 persone venute da tutta Italia, che hanno invaso la città e hanno dimostrato che le donne sono capaci di riprendersi le strade e di affermare con la propria presenza e con la propria voce che la violenza sulle donne non deve più esistere.

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