CAPACE INCAPACE N-CAPACE

Viaggio da una bottiglia al mare, partendo dal film di Eleonora Danco

di Caterina Venturini

ncapaca

Ci sono fatti che fanno meno rumore di altri.

Chissà quando è successo che l’aggettivo “capace” dall’originale significato di spazioso (capax dal verbo latino căpere: “che prende” e dunque che può contenere qualcosa: es. capacità di una bottiglia), è passato a significare prevalentemente l’“essere in grado” (dal tardo latino capire derivato sempre da căpere) privilegiando il significato figurato e derivativo: so contenere, accogliere nel mio spazio dunque sono capace.

Contengo dunque sono (bravo). O brava.

Nessuna realtà come la scuola ha mostrato di prendere così seriamente il doppio aspetto di questo aggettivo e del relativo sostantivo: le capacità, insieme alle conoscenze e alle competenze sono diventate i tre obiettivi generali di ogni disciplina scolastica: non solo, la capacità arriva proprio al culmine, rappresentando la sintesi tra le prime due. Il cammino nei secoli si è allungato, prima dovevo solo sapere/contenere (informazioni), ora devo anche saper fare: sarò CAPACE solo se saprò farci qualcosa con quello che so.

Poi nel 2015 è arrivata Eleonora Danco che ha aggiunto a CAPACE una N, dando così il titolo al suo primo film, N-CAPACE, che pronunciato alla romana tutto attaccato sembrerebbe già un insulto, eppure resta in questa formula qualcosa di volutamente ambiguo, un ponte che ci sospende tra l’una e l’altra sponda. Capace o incapace? Se volessimo immaginarcele queste sponde nel bellissimo film di Danco, potremmo senz’altro intravederne molte: da una parte i giovani, dall’altra gli anziani protagonisti delle sue interviste; da una parte Terracina, città d’infanzia della regista e dall’altra Roma, città dell’età adulta; infine la divaricazione centrale: Danco stessa, voce fuori campo che fa domande sulla vita e la morte, il sesso e Dio; mentre il suo corpo narrante è nel personaggio chiamato Anima in pena, lei stessa che attraversa la città vestita di bianco con una scure in mano e il letto appresso (luogo adolescenziale per antonomasia, stanza tutta per sé in cui ci si nasconde e si precipita), e che all’inizio del viaggio già dice: “Basta con i luoghi dell’adolescenza. Cosa stai a fare qui? Sempre a rimandare, a perdere tempo. Sei grande, ci sono altre aspettative su di te.”

Cosa vuol dire dunque essere capaci? Di vivere? Qualcuno può insegnarlo? E la scuola, così tanto nominata e spesso odiata dagli adolescenti di Danco, cosa insegna? Esiste un momento speciale in cui imparare questa capacità? Questo momento è l’adolescenza?

Il film comincia con una domanda tipicamente infantile: “Che ore sono mamma? Fammi fare il bagno. Quanto manca alle 11?”  chiede Anima in pena a sua madre morta da anni, come chiedesse il permesso di vivere (a questo proposito si veda la riflessione di Nadia Terranova). La regista stacca poi subito su alcune donne anziane che cominciano, talvolta sedute in pose classiche stile Déjeuner sur l’herbe a raccontare la loro adolescenza di polli ammazzati a 10-11 anni con il sangue che schizzava da tutte le parti, o fidanzati imposti dalla famiglia.  Poi arriva il turno del padre della regista che dice di non aver mai abbracciato sua madre, la temeva perché sia lei che i maestri davano le bacchettate e alzavano le mani, però era meglio prima di adesso, dice lui. La regista-figlia gli ricorda: “Mi hai detto che tua madre ti pungeva con l’ago.” “Sì, ma questo non mi va di dirlo.” “Papà, devi dire la verità.”

La verità. Questo film, proprio nelle intenzioni programmatiche della sua regista, non ha niente di quel cinema-verità pasoliniano che aveva inaugurato un nuovo genere con Comizi d’amore, docu-film realizzato nel 1965 e che oggi, a dire appunto la verità, rivela tutti i suoi anni, con un Pasolini che fingendo la neutralità del giornalista (venata di non poco paternalismo sia nel modo ironico di porgere le domande sia nell’avvicinare i ragazzi, per esempio in Sicilia, chiamandoli “picciotti”), va in giro per l’Italia chiedendo a uomini, donne e bambini la loro opinione sul sesso, soprattutto su quelle che lui stesso definisce “anormalità sessuali”, ossia l’omosessualità. Il popolo italiano è messo a nudo nella sua grande ignoranza con un Pasolini che, non contento, accosta queste interviste ad altre di segno completamente diverso: vediamo sfilare alcuni intellettuali dell’epoca (Musatti, Moravia, Cederna, il poeta Ungaretti, ecc.) che disquisiscono sul lavoro in progress del loro amico o più in generale, sui costumi degli italiani da Nord a Sud, con spazio anche per il femminismo di Adele Cambria. Sicuramente il film di Pasolini centra un obiettivo fondamentale, che è l’aver mostrato come il pregiudizio sempre violento nasca dalla profonda ignoranza, dall’in-capacità intesa proprio come mancato accesso al sapere: alcune ragazze dicono che non vogliono neppure informarsi sui sintomi dell’omosessualità, sperano solo che i loro futuri figli non siano così. Comizi d’amore ha dunque un significato di portata storica nello svelare l’incapacità totale della società italiana, della politica, della scuola, della famiglia. Dieci anni dopo nel 1975, Pasolini sosterrà in un articolo non poco controverso l’abolizione della scuola media dell’obbligo e della televisione che hanno causato secondo lui una mancanza di pietà in un proletariato che ha rinunciato alla sua originaria cultura per cercare soltanto l’arricchimento piccoloborghese.

Danco fa un lavoro completamente diverso: inserisce lo strumento dell’intervista all’interno di un film di genere anfibio tra memoir, biografia e finzione, in cui l’incapacità mostrata è prima di tutto la sua, personale e dichiarata nel personaggio di Anima in pena, che non riesce a sottomettersi ai compromessi della vita adulta, del vivere insieme, del costruire qualcosa per qualcuno, così dice lei. Questa Danco multiforme è poi la stessa regista che tranquillizza uno dei ragazzini intervistati dicendogli: “Guarda che io sono più somara di te”, mentre poco dopo Danco-personaggio con un grembiule bianco, regredita a bambina corre per i corridoi di una scuola, batte le mani sul banco e urla: “Voglio andare a casa!”

Se Pasolini nel suo Comizio nasconde completamente i suoi traumi, pur essendo proprio quelli alla radice delle sue domande (si ricordino i frequenti processi subiti a partire dal 49 proprio per la sua omosessualità e l’espulsione dal PCI per “indegnità morale”), Danco li svela mettendoli in scena, costruendo tutt’attorno ambienti artificiali che possano ospitare i traumi suoi e delle persone che le sfilano davanti. Lei è la prima a essere incapace, mentre Pasolini pur avendo messo se stesso al centro in quasi tutta la sua opera, in questa sede non può e non vuole farlo. Inoltre, nelle interviste pasoliniane è sempre possibile vedere in controluce la differenza tra l’ideale di ragazzo o ragazza cui s’ispira lo scrittore (incarnato poi dagli intellettuali intervistati) e la realtà che diverge pericolosamente, mentre nelle interviste di Danco gli adolescenti sono innalzati allo status di personaggi al servizio di una regia che attraversandone l’identità rende loro giustizia come persone. Intere.

Sia chiaro, anche gli adolescenti di Danco sono degli incapaci, non solo nel senso manifestato dalla regista (come gli anziani non producono, non contano), ma anche in quello scolastico comunemente inteso, perché molti di loro hanno abbandonato la scuola. Il primo ragazzo intervistato ha 17 anni e ha cominciato a lavorare come manovale per suo zio. “Io e la scuola siamo due cose diverse –  dice lui, mentre lungo i binari della ferrovia Terracina-Roma la regista fa sfilare degli incappucciati con appeso un cartello al collo che reca la scritta: PROFESSORI. Insiste il ragazzo: “Non m’è mai piaciuta da quand’ero piccolo, non m’è piaciuta mai.” Danco gli chiede se ha mai visto una mostra, se lo emozionano i quadri; lui risponde di aver visto Van Gogh e no, non lo emozionano i quadri, alla fine sono solo disegni. Lo emozionano le moto GP.

Eppure la regista chiede a questi ragazzi di “fare” alcune cose: a un adolescente grande e grosso, che poi racconterà il suo amore per il cibo (“Tre cose buone ci sono nella vita – dirà – mangiare, cacare e scopare”), Danco fa sbattere delle uova mentre parla: lui dice che sta frequentando quarto e quinto insieme perché faceva le 6-7 di mattina, a scuola non ci andava ed è stato bocciato “come tutti i ragazzi della mia età”, precisa. E quando Danco oppone qualcosa che non riusciamo a sentire distintamente, lui conferma: “Sì, tutti fanno così, so’ sicuro – e aggiunge: “Il diploma serve ma poi servono i sòrdi.” Danco glielo fa ripetere come un mantra mentre cammina: “Servono i sòrdi, servono i sòrdi…”

Francesco fa il “pizzettaro” invece di andare a scuola, Danco gli fa cantare una canzone romana e lui lo fa con gusto, poi si chiede perché il padre sia andato via con un’altra donna e quando la regista lo fa avvicinare alla camera possiamo quasi sentire il suo fiato caldo che chiama: “Papà… pa’, perché te ne sei annato?’” È Danco che glielo chiede, che lo rende capace di recitare le sue stesse battute, che svela la manipolazione mettendola in atto, riuscendo a farlo rispondere subito dopo a una domanda vera: “Certo che lo perdono, è mi’ padre.” Poi c’è Marianna che ha smesso di andare alla scuola per parrucchiera perché le facevano fare pure italiano, matematica, ecc. “Io voglio impara’ il mestiere e anna’ a lavora’” ma poi quando Danco le domanda cosa fa durante il giorno dice “Non c’è niente” e su richiesta della regista dondola la testa insieme con altre due ragazze, vestite di tuniche bianche. “Tu leggi?” le viene poi chiesto. No, non le piace. L’unico libro che ha letto è un romanzo che le ha imposto la zia. Sì, l’ha finito ma non ricorda quasi niente. “Non mi piace leggere – conferma Francesco – perché dopo due pagine me gira la testa” Aggiunge che nella vita bisogna scegliere: o studiare o andare a lavorare e farlo bene. “Della politica non me frega niente – conclude – s’annassero a ammazza’ tutti.”

“Ma è vero che le ragazze sotto sotto so’ tutte troie?” chiede la regista ad alcuni adolescenti maschi. Sì, rispondono quasi tutti. Un altro dice non sposerebbe mai una ragazza che mostra di provare piacere fisico perché vuol dire che non si sazia mai.

Danco riesce a trattare il linguaggio portandolo così in basso, così rasoterra – lavoro che compie magistralmente da anni a teatro – da riuscire poi a restituircelo come fosse sempre anche nostro, di tutti noi in quanto vivi: vivi solo a patto di avere dimestichezza con il brutto, il laido, l’abituale, l’orrenda frase di senso comune e nonostante questo conservare tracce di umanità, di sogno, di voglia di andare avanti e da lì ri-partire. È questa forma di ri-conoscimento che Danco regala ai “suoi” ragazzi, abbandonando qualsiasi visione ideale per guardare dentro ognuno di loro, riuscendo a svelarne sempre un orizzonte d’attesa.

Pongo di nuovo la domanda di partenza: cosa vuol dire essere capace, consiste veramente in questo essere disponibili a farsi riempire, collocare?

A Giacomo, 13 anni, viene chiesto di imitare i suoi professori quando entrano in classe e dicono Buongiorno. Lui per ognuna/o di loro inventa una voce e dei gesti che li rendono così veri che si vorrebbe che anche i professori stessi, invece di essere visti come boia incappucciati che con un colpo di mannaia falciano via il diverso, il diversamente capace, siano anche loro liberi di ri-conoscere negli studenti che incontrano ogni giorno delle capacità che non derivino semplicemente dalle prescrizioni ricevute da un decreto ministeriale. Se qualche decennio fa l’eccessivo idealismo faceva dire a Pasolini di voler addirittura abolire la scuola media dell’obbligo perché secondo lui vi si insegnavano “cose inutili, stupide, false, moralistiche”, in una parola piccoloborghesi, dunque non adatte al proletariato; oggi il rischio è opposto: un iper-praticismo, un iper-regolamentismo statalizzato che riduce l’ambito in cui esercitare le proprie passioni (di studenti e insegnanti), soffocando ogni spericolato tuffo in quell’età feconda di esperimenti che sempre hanno caratterizzato l’adolescenza e che dovrebbero avere presente gli educatori/trici che con essa hanno a che fare.

Giacomo, il ragazzo delle imitazioni, a un certo punto dice: “Devo affrontare ancora tante cose, non conosco la mia strada.” Sul suo viso c’è tutta la luce che regala quest’età e uno sguardo che brilla come quell’acqua sotto il Monte Circeo, che abbiamo visto poco prima, luogo dell’adolescenza di Danco. Ci vuole un intero film perché la madre (di Danco) dia il permesso di fare il bagno in quel mare, nel mare dell’inaccaduto, del non ancora espresso, della nostra futura/presente/passata identità. Così fugge dal riformatorio a bagnarsi finalmente nel mare il giovane protagonista dei Quattrocento colpi, primo lungometraggio di Truffaut, uno dei più bei film mai fatti sull’adolescenza.

Potessimo noi tutti tuffarci non una volta soltanto in questo mare, per ritrovare i talenti di un’identità multiforme e non finire CAPACI in una bottiglia.

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