Cronache da dietro la cattedra


Le Cattive Maestre alla III edizione di Educare alle Differenze.

Bologna 24 e 25 settembre 2016.

fb_img_1475672325288.jpg

In prima battuta vogliamo ringraziare le tre associazioni che si sono fatte carico di organizzare questa preziosa occasione formativa: Scosse, Progetto Alice e Stonewall. È stata, come già le due edizioni precedenti, un’esperienza estremamente arricchente. Tuttavia, questa ha avuto per noi un significato più profondo perché le organizzatrici ci hanno chiesto di partecipare con un laboratorio preparato da noi Cattive Maestre.

Abbiamo accettato con entusiasmo, naturalmente, e alla domanda: “Cosa portiamo?”, abbiamo scelto ancora una volta di portare noi stesse, intere, e il tratto che, crediamo fermamente, ci contraddistingua: la scuola. Perché nella scuola ci siamo dentro tutti i giorni.

Abbiamo pensato agli studenti, bambini, ragazzini e adolescenti ma, in quanto insegnanti, abbiamo scelto di interrogarci su una questione troppo spesso sottovalutata: E se l’omofobo è il prof? Questo era il titolo del nostro laboratorio esperienziale.

Ci siamo pertanto interrogate sulle discriminazioni di genere più sottaciute, sul dato più feroce del contesto che dovevamo analizzare e smascherare: l’eterosessismo tra gli adulti, quella forma di discriminazione involontaria, tipica delle democrazie che si definiscono “avanzate”, che celano un grosso sostrato di omofobia interiorizzata quasi invisibile, latente; una discriminazione che si annida in ognuno di noi, di qualsiasi genere o orientamento sessuale, anche in chi non condannerebbe mai le diversità e inorridisce di fronte ai pestaggi contro gay e lesbiche. Ma le spranghe spesso sono nel linguaggio, nell’atteggiamento, nel pensiero patriarcale, nelle convinzioni radicate, nel terribile presupposto per cui siamo tutti etero fino a prova contraria. La diversità davvero accolta, concessa a sé stessi e agli altri, crediamo non debba affatto aver bisogno di prova contraria. Queste le premesse del nostro laboratorio.

Lunghe riunioni estive hanno preceduto la messa a punto del laboratorio. Come pratica abbiamo scelto il “partire da sé”: ci siamo svelate a noi stesse, interrogandoci e confrontandoci sui nostri atteggiamenti e sulle nostre abitudini mentali eterosessiste.  Durante il laboratorio a Educare alle Differenze abbiamo presentato tre esempi di omofobia tra docenti scritti da noi e ispirati a eventi realmente accaduti, casi che si nascondono negli armadietti della sala professori, dietro le pagine dell’Alighieri, dei pronomi in Spagnolo, degli eserciziari di Algebra, dei registri del Sostegno. Il rimosso che sta “dietro la cattedra e sotto il banco”, nell’efficace metafora di Lea Melandri riferita alla sessualità a scuola, che non deve inquinare la trasmissione del sapere alle giovani menti. I partecipanti suddivisi in gruppi di lavoro, li hanno letti e analizzati, e la discussione che ne è scaturita non poteva che essere estremamente interessante.

Abbiamo contato 45 presenti, quasi tutti docenti: gay, lesbiche, etero, docenti-genitori in famiglie tradizionali e omogenitoriali, single, sposati/e, con o senza figli. Il confronto è stato molto efficace  e ha rispecchiato la complessità dei temi trattati. Abbiamo riflettuto collettivamente sull’incisività dell’orientamento sessuale in un contesto normalizzante come quello dell’istituzione scolastica, su come poter agire la contraddizione al confine tra il pubblico e il privato, tra produzione e riproduzione, su quanto l’eteronormatività dell’istituzione scuola limiti la libertà dei docenti omosessuali, su come la sua scure repressiva agisca sul terreno della bio politica per disciplinare i nostri corpi e utilizzi strumenti di ricatto come la legge 107 per insinuare le leggi di impresa nella sfera della vita.

In questo contesto ci siamo chieste quanto il coming out valichi i confini del privato e diventi strumento per ribellarsi all’isolamento in cui ogni “diverso” è potenzialmente relegato. Molte di noi convenivano sull’elemento catartico, altri ne facevano una questione privata, ma in tanti e tante abbiamo espresso la volontà di analizzare quel confine in cui quei dispositivi, repressivi come per noi la Buona Scuola, possano incidere massivamente sulle nostre scelte senza alcuna violenza apparente, ma inducendo e alimentando meccanismi autorepressivi inconsapevoli.

In che misura la Buona Scuola consente l’ingresso della vita reale all’interno delle pareti scolastiche? Quanti docenti sono davvero liberi di essere omosessuali in questa scuola? Quanti possono dichiarare il loro orientamento ai colleghi, ai presidi e ai genitori degli alunni, se non in forza di un grande atto di coraggio?

Un preside può decidere di cancellare dal corpo docente l’insegnante scomodo perché gay o lesbica. Può farlo se si tratta di un docente che si batte per proporre laboratori di educazione alla sessualità, se è disabile o troppo interessato a questioni sindacali. Può farlo su richiesta dei suoi clienti-genitori. Perché a fine triennio, se non hai abbastanza iscritti, non sei preside. Il comitato di valutazione ti osserva tutto l’anno e se non vai bene ti spinge fuori, ti isola e non ti riconferma nella squadra vincente. Tutto questo è realtà, non ipotesi di futuro. Il collegio docenti e il consiglio di classe, che fino a poco tempo fa rappresentavano le mura di cinta che proteggevano la scuola dai rigurgiti di pericolose monarchie o da oligarchie costituite dalla ristretta cerchia del dirigente, sono ora svuotati di senso, grazie alla 107.

Siamo convinte che la Legge 107 ha un obiettivo preciso: educare all’indifferenza. Noi, invece, abbiamo portato a Bologna una proposta precisa: il rifiuto della Legge 107 come base dell’educazione alle differenze.

Nel 2014, la ministra Giannini, accogliendo le richieste del mondo cattolico più oscurantista, vietò la circolazione di libricini contro l’omofobia nelle scuole già stampati e pronti per essere distribuiti. Cosa significa quel comma della Legge 107 che prevede l’educazione di genere allora? Come si può educare alle differenze se un docente non ha il permesso di portare il proprio corpo a scuola? Come può un maestro neutro, neutrale e neutralizzato portare dentro la scuola il suo carico di passioni, di esperienza, di punti di vista, di pregi e difetti se deve spogliarsi della realtà prima di entrarvi? Che tipo di formazione docente sarà prevista dalla Buona Scuola? Rimarremo schiacciate tra le richieste dei furiosi genitori NoGender e le direttive calate dall’alto dal dirigente o continueremo a ribellarci rompendo l’isolamento che contraddistingue questi tempi bui?

Le Cattive Maestre, tra il merito e l’obbedienza imposte dalla 107, scelgono la lotta.

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...