Le gioie dell’insegnamento nona

Gli ultimi giorni di scuola

di Marika Marianello

Sono davvero difficili: manco la bidella te se fila più. La linea di condotta generale è il delirio isterico diffuso e incontrollato: d’altronde tutto freme in vista della prossima apertura delle gabbie.

Entri in classe e li trovi a ballonzolare sulle note di Son las 5 de la mañana a palla: praticamente sei più invisibile di Claude Rains in The Invisible Man.

E allora non ti hanno ancora capito bene. Sebbene preferisca di gran lunga il ritmo sincopato del samba, in nome della buona riuscita didattica sei pronta a tutto, e con un sorriso tra l’intenerito e il “mo te faccio vede’ io”, acchiappi la donna alfa della classe che ondeggia i generosi fianchi, la tua preferita naturalmente, la stringi al petto e: dos a la derecha, dos a la izquierda, izquierda para atrás, derecha para atrás, piroetta, sombrero improvvisato, casqué e standing ovation del pubblico. Well, ora tutti seduti, sputate le gomme, via gli zaini dal banco, spegnete i telefonini e prendete un foglio e una penna ché ci abbiamo una simulazione d’esame da affrontare oggi. Magicamente, ordine ristabilito, attenzione conquistata, autostima altissima.

Daje rega’, je la potemo fa’. È quasi finita, mercoledì è l’ultimo giorno: portate secchi d’acqua, costume, lettini, solari Bilboa, piscine gonfiabili, materassini, pinne e boccagli.

Tu invece porterai il modulo per la disoccupazione al CAF.

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