Le gioie dell’insegnamento ottava

Gli scrutini

di Marika Marianello

SCRUTINI 26.01.14

Sei pronta, sei preparata: chi ha potuto ti ha affettuosamente avvisato su cosa ti aspetta, ma è un’esperienza che sai dovrai vivere sulla tua pelle, da sola, costi quel che costi, e allora vai, imperterrita e risoluta, dritta verso la Mission didattica per cui sei stata convocata. Per assolverla al meglio, così come i manuali d’autoaiuto insegnano, ti chiudi in bagno e ti concedi un momento di training autogeno intensivo, battendoti il petto tre volte e ripetendoti a voce alta: TU vali, TU meriti, TU sei qualcuno.
Attraversi l’atrio deserto ed entri in sala professori dicendo Buongiorno anche se sono le quattro del pomeriggio e nessuno ti risponde: si percepisce subito che la chiusa in bagno ha funzionato, che sei a tuo agio e che traspiri sicurezza e orgoglio. Stringi al petto come un valente scudiero il tuo registro cartaceo home made dove hai diligentemente copiato uno a uno i voti, le assenze, i disagi sociali e le 40/50 note disciplinari che pendono irrimediabilmente come capi d’accusa sulle teste mezzo piene e mezzo vuote dei tuoi amati studenti tutta ciccia, brufoli e peluria. Pensavi non ce ne sarà bisogno, ormai, grazie al modernissimo registro elettronico dall’altisonante nome AXIOS che hai imparato ad usare alla perfezione dopo solo un ciclo di briefing intensivo online, un corso di laurea trimestrale, vari e illuminanti tutorial su Facebook e ben 200 ore di tirocinio sul campo senza alcuna assistenza né WiFi.
E insomma: ti senti già un pilastro fondamentale della scuola pubblica, una di quelle precarie indispensabili cui si rivolgono le riforme governative e i ringraziamenti personali dei ministri prima, dopo e durante ogni taglio all’istruzione e a cui spetterà di certo uno dei 150mila posti millantati nei talk show dal nostro spettabilissimo governo. E soprattutto ti senti perfettamente all’altezza per affrontare il tuo primo scrutinio: sei precaria, requisito fondamentale per eseguire al meglio ogni tipo di lavoro (occasionale), hai fatto tutti i compiti che manco quando ci stavi tu alle medie, indossi la giacca da insegnante per l’occasione, ti sei tolta un paio di piercing per non dare troppo nell’occhio e hai la giusta dose di ansia da prestazione (sempre occasionale). Quella che ti permetterà di dare il meglio facendo solo un paio di eclatanti figure di merda.
Quindi ti siedi e realizzi che: ti sudano le mani, sei l’ultima ruota del carro, ti scappa la pipì, sei a rischio crisi autostima pesante, dovrai giudicare dei tredicenni ed essere giudicata a tua volta; preside, vicepreside e coordinatrice sono alle prese col registro elettronico che non funziona, perché non hanno ancora imparato ad usarlo; c’è un bel vassoio di frappe fresche di Salerno che nessuno ti offre e un variegato campionario di sorridenti colleghe pronte a sbranarti con cui ingannare l’attesa.
Dopodiché, ovvero, dopo tre quarti d’ora di frappe e sorrisi di plastica, in seguito alla saggia decisione presa di comune disaccordo di ottimizzare il tempo a disposizione, si procede col cartaceo: e via a Nomi Cose e Città e al Fantavoto, dunque, ai voti all’asta, dove chi offre di più è per dimostrare ai colleghi incapaci che la propria vocazione all’insegnamento riesce, senza dubbio alcuno, laddove la loro fallisce miseramente, mentre chi offre di meno a stento cela un sacrosanto odio covato in tanti anni di dure frustrazioni che solo la scuola pubblica è in grado di regalarti con tanta generosità. È un sistema, quello scolastico, atto a creare competizioni e antagonismi, dove i professori, molto spesso, finiscono col detestarsi: o si spalleggiano gli uni con gli altri o si schierano gli uni contro gli altri in un assurdo gioco di alcuni contro alcuni dando, di conseguenza, dei voti a loro stessi piuttosto che ai diretti interessati. Dietro, c’è tutta l’ipocrisia di chi vuol darsi vanto.
Sai dell’esistenza di scrutini ben riusciti, di quelli che ti fanno sentire socialmente e didatticamente utile, che ti mandano a casa soddisfatta: immagini scuole e classi dove i professori si rispettano, si stimano e si ammirano, persino, e si chiamano per nome e si parlano e si ascoltano; dove il parere collegiale è quasi sempre unanime, perché si ascolta l’opinione altrui per formarsi la propria. Tu la immagini così, ecco, una buona scuola.
Ma evidentemente ti è andata male, succede, nella roulette russa delle nomine: ed eccoti là ad assistere, passiva, a una discussione finta, patinata, una recita dai toni affettati dove le varie parte sono già scritte e recitate secondo un copione obsoleto, dove le frasi fatte si moltiplicano nel caso degli alunni che vanno male o che sono a rischio bocciatura.

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