Le gioie dell’insegnamento sesta

Metaphorical language

di Marika Marianello

eco

Tu che entri nella temibile 3a A allo scoccare della quarta ora, vale a dire dopo la ricreazione, quel lasso di tempo circoscritto nei dieci interminabili minuti che vanno dalle 11:05 alle 11:15 in cui gli studenti, stanchi del lungo e tedioso carico di studio paragonabile solo a quello di una giornata tipo della Normale di Pisa, danno libero sfogo alle loro menti, ai loro corpi, alle loro bestemmie, ai loro Iphone:

“Scusa, Moira, ma cosa sono quei gesti?”
“Cioè Prof?”
“Cioè: le mani a triangolo sul pube, gambe divaricate e leggermente flesse, bocca spalancata e grugniti convulsi accompagnati da movimenti pelvici sincronizzati, I mean…”

“A Prof. è che Scamarcio quando lo vedo me fa sali’ er maiale.”

A ognuno i suoi idoli e, soprattutto, il suo idioletto, d’altronde: sin dai tempi dei primi esami all’università hai imparato che non sei nessuno tu per giudicare cosa sia giusto e cosa sbagliato all’interno della moderna Teoria della Comunicazione e della Semiotica. Annuisci in chiaro segno d’approvazione, nonostante preferisci di gran lunga un Michele Riondino o un Elio Germano o un Claudio Santamaria, personalmente, e inizi la tua perorazione illustrando lo stragrande potere evocativo del linguaggio metaforico, l’ineguagliabile efficacia della gestualità di un madrelingua italiano e l’indiscutibilità dei gusti personali.

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