Non so fare nulla, devo imparare tutto

Conversazione con una cattivamaestra che ha cominciato negli anni ‘70

tempo_pieno_70_3_piccAbbiamo chiesto ad una maestra che ha iniziato la sua carriera negli anni ’70 di raccontarci la sua esperienza di quel periodo denso di cambiamenti, tanto nella scuola come nella società. Il frutto di quelle lotte è stata una scuola primaria pubblica, esempio d’eccellenza riconosciuto in tutto mondo, che oggi la Buona Scuola smantella.

Il suo racconto personale ci restituisce un quadro del clima dell’epoca: il concorso, le assunzioni, i direttori e i loro poteri, le sperimentazioni didattiche e metodologiche, i collettivi e i coordinamenti tra docenti. Confrontando questa storia con le nostre, saltano agli occhi differenze sostanziali su temi molto attuali e affrontati dalla legge 107.

Al posto di corsi di formazione obbligatori, decisi da Miur e dirigenze sempre più estranee alla profondità dei discorsi pedagogici, una formazione docenti che partiva dalle necessità espresse dai Collegi, autorganizzata in assemblee partecipate, in cui si discuteva di pedagogia, di metodi e di pratiche da sperimentare.
Pomeriggi passati a scuola, non a riempire tabelle e griglie di valutazione con numeri e descrittori, come siamo obbligati a fare adesso noi insegnanti, ma per il grande desiderio di partecipazione dei docenti stessi che, in un momento di fermento vissuto dall’intera società, si trovavano a ragionare insieme sul senso da dare al proprio lavoro e a organizzare battaglie per determinarne le condizioni.
I direttori didattici, che pure avevano l’autonomia di decidere se confermare o meno parti di organico, partecipavano alla riflessione pedagogica e didattica, si implicavano, dialogavano con i docenti, a differenza degli attuali dirigenti (termine mutuato dal lessico aziendale) che grazie alla Buona Scuola acquistano uno smisurato potere di valutare, e diventano manager dell’amministrazione e della burocrazia scolastica, vincolati agli obblighi di bilancio.
Il racconto rende evidente che la forza della scuola di quegli anni sono stati i ragionamenti e i confronti che hanno prodotto sperimentazioni, e le lotte che hanno generato un cambiamento non dettato dall’alto, ma determinato da chi ogni giorno la scuola la fa e la vive.

Ho incominciato a insegnare il 1 ottobre 1976. Per sbaglio, perché ero venuta a Roma per allontanarmi da casa, studiavo pedagogia e avevo fatto una decina di esami. Poi un giorno un’amica mi dice: “Ma tu non lo fai il concorso?”
“Che concorso?”
L’ultimo pensiero della mia vita era di dover insegnare.
“Il concorso per la scuola elementare!”
Lei veniva da Napoli, aveva già insegnato con supplenze e incarichi, ma non riuscendo a entrare di ruolo aveva deciso di provare a Roma. Mi iscrive lei al concorso e dopo qualche tempo mi telefona per dirmi che sono usciti gli avvisi. All’epoca ovviamente non c’erano internet né cellulari, dovevi andare al provveditorato in via Pianciani a vedere se ti avevano inserito e in quale sede. Io non avevo mai insegnato, non avevo mai fatto supplenze, avevo nozioni di pedagogia e più o meno avevo fatto delle esperienze nel campo dell’educazione.

Insomma la mattina del concorso mi dico: “ci vado, non ci vado…”, e alla fine prendo il motorino – avevo un Ciao – col vocabolario e una serie di penne e vado a fare questo tema, perché era un tema, molto generico, niente a che vedere col concorso di oggi. Era un tema filosofico, perché all’epoca l’idea della pedagogia era molto subalterna alla filosofia, era idealista e incentrata su pedagogisti come Croce e Gentile.

Arrivo e trovo tutte le aspiranti maestre con dei rotolini nascosti, tipo cartucciera. All’inizio non capisco, poi scopro che erano dei temi già fatti che si erano preparate. Faccio il tema e la cosa finisce lì, passa il tempo e me ne dimentico totalmente.
A un certo punto ricevo una telefonata della mia amica che mi comunica:
“Sono usciti i risultati: hai avuto un punteggio altissimo!”
Mi pare fosse in quarantesimi e io avevo avuto 38. Non mi ricordavo neanche cosa avessi scritto, perché a quel concorso avevano partecipato migliaia di persone per la provincia di Roma, quindi la cosa risaliva a mesi prima. Quella è stata l’unica volta che fecero una cosa tutto sommato anche decente: tra lo scritto e l’orale bisognava fare un corso quadrimestrale di formazione. Quindi tre pomeriggi a settimana dovevamo frequentare.
Era un corso tenuto dal preside di un Istituto Magistrale, che era un reazionario, e da due maestre in servizio che non usavano i congiuntivi e si facevano chiamare “signorine”.

Nel corso si creò un amalgama di persone che si compattò in un coordinamento dei corsisti di tutta Roma. Incominciammo a fare guerra là dentro: sugli argomenti, per le cose che lui diceva, per l’impegno enorme che ci era richiesto. Non essendoci internet, per dialogare tra di noi ci incontravamo e siccome qualcuno aveva contatti con altri corsi, cominciò a partire il tam-tam per creare un coordinamento cittadino di protesta.
Creammo un gruppo di lavoro: ci vedevamo fuori, stavamo sempre insieme, studiavamo, discutevamo, ragionavamo, scherzavamo, gente che si innamorava, si fidanzava, qualcuno s’è pure sposato.

L’idea di un corso di formazione era interessante di per sé, però per come era stato organizzato era inaccettabile: molta gente studiava all’università, quindi era già venuta a contatto con professori di un certo livello, e in quel periodo con la contestazione anche l’ambiente fuori dall’università era abbastanza attivo.

Alla fine del corso bisognava fare una tesina scritta e un esame orale, con la commissione formata dal professore e dalle altre due maestre. Facciamo l’esame e questo professore mi tratta come una pezza da piedi, perché avevo dato molto fastidio per tutti i quattro mesi. A me e a qualcun altro. Insomma, esco con un voto non tanto alto rispetto allo scritto. Tra l’altro si combatteva per il 40 politico, in linea con le grandi battaglie dell’epoca. Esco pensando che fosse finita lì: avevo avuto un voto relativamente basso rispetto a chi era riuscito a farsi dare il 40 politico e il mio voto era ovviamente punitivo in virtù di tutto il fastidio che gli avevamo procurato.

Poi per l’orale c’era un programmino, ma io non avevo proprio aperto libro, non sapevo nulla dell’ordinamento, dell’istituzione, delle circolari, quindi gli ultimi giorni mi chiudo in casa e incomincio a raffazzonare un po’ di cose. Vado alla prova orale e mi chiedono quale pedagogista portassi.
“Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana”.
Secondo me non sapevano neanche chi fosse. Don Milani all’epoca era praticamente contemporaneo. Loro hanno ascoltato un po’ storditi, io ho parlato, parlato, ho fatto una conferenza. Alla fine esco con 40, quindi riesco a entrare in graduatoria tra i vincitori. A questo punto entro nella fascia dei sovranumerari, cioè quelli che entravano in ruolo ma non avevano avuto la sede definitiva. Dovevo scegliere la scuola e il mio incubo in quei giorni era: “mi mandano a Zagarolo!”

Un’amica mi consigliò via Carpineto, dove stavano facendo la sperimentazione nazionale del tempo pieno. Erano solo 4 scuole a sperimentarlo a Roma.
Vado pensando “Zagarolo, Zagarolo, Zagarolo…” e invece c’era un posto come sovranumeraria lì. Sapevo che si trattava di un posto transitorio, però i direttori all’epoca avevano la possibilità di riconfermare metà dell’organico, con la legge 820. Per cui avevano metà organico fisso di titolarità e dell’altra metà potevano confermare delle persone che ritenevano adatte per quella sperimentazione. Era il direttore che aveva l’autonomia di decidere chi riteneva idoneo.
Entro, mi presento, avevo 24 anni appena compiuti ed ero quella che ero. Mi dice:
“Lei che sa fare?”
“Niente direttore, non so fare niente. Non ho mai insegnato, studio pedagogia, mi mancano un po’ di esami, non so fare nulla, devo imparare tutto”.
“Mmm, mi piace…”
“A me mica tanto! Comunque so stare coi ragazzi, ho fatto questo e questo, ho lavorato in un istituto, lo scoutismo, ecc.”

Il primo anno non mi manda in classe. Insieme ad un’altra mia collega, che aveva incominciato prima di me, ci mette a lavorare con due bambini disabili gravissimi, che adesso nelle scuole non si vedono più, tranne casi rari, perché la prevenzione fa in modo che certi ragazzini non arrivino, se non per essere sfuggiti volontariamente o involontariamente a uno screening prenatale. In questa sperimentazione l’idea era anche di iniziare ad accogliere i bambini disabili. Abbiamo fatto per tutto l’anno laboratori, attività, manipolazione, di tutto…

Dopo quest’anno io chiaramente sarei dovuta andare a scegliere di nuovo e lui mi chiama e mi fa:
“Beh, lei allora che vuole fare, vuole rimanere con noi?”
“Certo direttore, magari, un altro anno così perché no?”
“Le do una classe”
“Sì, ma mi deve dare una classe con qualcuno che mi insegni, perché non saprei…”
“No, ma io vedo che lei coi ragazzi ci sa fare”.

E quindi ho cominciato a insegnare non sapendo fare nulla, in questa scuola che si trovava nella parte bassa di Centocelle, ma la vecchia Centocelle, dove c’era di tutto, ladroni, prostitute, famiglie veramente molto complicate. In questa scuola dove, oltre ai laboratori, c’era la sperimentazione, praticamente le insegnanti stavano lì giorno e notte. Perché il direttore, in maniera molto intelligente, aveva organizzato una sorta di supervisioni periodiche con uno psicologo, che teneva dei gruppi collettivi allargati e a volte delle plenarie.

C’era quindi anche questa parte di verifica, di confronto e di ragionamento. Era una cosa che si stava sperimentando in poche scuole in Italia. Le maestre stavano a scuola 12 ore al giorno, per fare gli incontri con lo psicologo e per partecipare alle assemblee, in questo continuo svisceramento collettivo, ragionando su quello che succedeva, su come farlo, come non farlo.

Serviva anche a sostenerci, perché quella era una realtà abbastanza complessa e l’utenza era difficile. C’erano alunni che dicevano: “maè, che te serve? C’hai la macchina? Vuoi la radio pe’ la macchina?” Oppure tu dicevi: “questa è mia, eh, chiaro?” “sì, sì, maè, sta tranquilla, nun te devi preoccupà”. Erano persone speciali, semplici, estremamente rispettose del ruolo e dell’istituzione e di quello che si poteva ricevere e cambiare nelle loro vite attraverso la scuola.

Il direttore aveva a disposizione dei fondi della sperimentazione per la formazione e per il materiale, a differenza di altre scuole. Una parte di questi fondi lui li aveva investiti perché ci fosse una persona che guidasse, sostenesse, accogliesse le insegnanti che si misuravano con questo progetto.

Si creò anche il coordinamento delle scuole a tempo pieno, dove le insegnanti delle sperimentazioni si incontravano. Successivamente il tempo pieno fu istituito in maniera organica da chi lo voleva fare, con le mense e l’orario fino alle 4.30, ma per molto tempo abbiamo viaggiato sui coordinamenti, che erano sempre scontri, confronti, discussioni, ragionamenti.
È chiaro che ognuno tentava di rimanere lì, perché c’era un addizionale di movimento culturale, intellettuale, emotivo molto forte. Si sperimentava un nuovo modello organizzativo e i dirigenti, col corpo docente, avevano la possibilità di introdurre tutta una serie di metodologie e di organizzazione interna. Inoltre in quel momento era molto forte il Movimento di Cooperazione Educativa nella scuola. Molte insegnanti erano organiche al movimento, facevano iniziative, formazione e partecipavano a queste sperimentazioni. Era un tentativo di fare in modo che entrassero a scuola le buone prassi dell’MCE, che si superassero i programmi rigidi e si utilizzasse tutta una serie di attività più esperienziali.

Dato che la possibilità di impostare in maniera assolutamente autonoma il programma e la metodologia c’era sempre stato, quelli erano dei buoni spunti che ognuno prendeva.
In più avevamo a disposizione dei “maestri”, dei saggi: Giorgio Testa, Alessandra Ginsburg. Noi avevamo 24, 25 anni e avevamo intorno gente più grande, persone illuminate, intellettuali che ragionavano continuamente sull’educazione e sulla scuola.
La vita stessa in quell’epoca era in fermento: era un periodo di stravolgimenti e la gente si era dovuta interrogare su quello che gli stava succedendo intorno. C’era un fermento politico nella società del termine che oggi non sembra esserci.

A parer mio il salto di qualità la scuola lo dovrebbe fare non solo sulla metodologia e la didattica, che sono fondamentali, ma sul fare in modo che noi docenti continuiamo a ragionare, a sperimentare, a scambiare e a coinvolgersi in un intreccio di relazioni, attenzioni, emozioni comuni.

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