Le gioie dell’insegnamento seconda

Il consiglio di classe

di Marika Marianello

Miss KrabappelDove ti rendi finalmente conto di quali siano i problemi dei ragazzi delle tue classi: il disagio sociale (immancabile nella periferia romana e non solo, non ti sorprende), attacchi di panico certificati, disfunzioni alimentari, sindromi da abbandono, varie ed eventuali.
Problematiche saggiamente riassunte in misteriose sigle quali PEI, DSA, BES. Quindi in breve: famiglie disastrate, genitori poco presenti, troppo apprensivi, detenuti o stranieri; anoressie, bulimie, disturbi dell’attenzione, età difficile, separazioni e suicidi in casa, omicidi al palazzo di fronte, spaccio sotto i portici, siringhe al parco e cocaina ai ponti.
E infine, non ne avevi dubbi, del resto, sebbene non le conoscessi ancora tutte: alcune professoresse. Ebbene sì.

Tu, pischella, pensi ancora che per fare l’insegnante ci voglia innanzitutto una gran passione e poi nondimeno una gran pazienza: non tanto e solo per stare in classe, quanto piuttosto per riuscire almeno ad entrarci, in classe, e più in generale nell’ingranaggio istituzionale della scuola pubblica italiana.
Forse alcune insegnanti esauriscono la pazienza nel percorso formativo e burocratico che conduce come un pellegrinaggio espiatorio e penitenziale alla cattedra, per cui ci arrivano direttamente invecchiate e in menopausa, avvizzite e incattivite.
Devi ammettere però che alcune delle insegnanti che trovi in sala professori sono ancora discretamente giovani (visto che in Italia per addolcirti la pillola del precariato hanno allungato l’età giovanile fino ai cinquanta), preparate, grintose e vocate alla missione dell’insegnamento.

E d’altronde neanche ti stupisci troppo, fosse soltanto perché ne conosci tante che, della tua età o poco meno o poco più, fanno le insegnanti e si misurano con le belve: persone che stimi, senza ombra di dubbio.
Non ti stupisci, dunque, perché sai che se sono lì è perché vedono nell’insegnamento una Mission Impossible da assolvere: le continue riforme, lo stato di precarietà che ti affligge come una pena da scontare fino ai quaranta/cinquant’anni, quando forse, e non è detto, ti assegneranno una cattedra tutta tua, i tagli, i conflitti, le invidie e la poca stima di cui godono gli insegnanti in questo Paese (dove se hai una laurea agli occhi di molti sei poco più che uno sfaccendato, un cannarolo o semplicemente uno che ha perso un sacco di tempo sui libri e all’università per conseguire un inutile pezzo di carta, invece di andare a lavorare per produrre) non credi siano incentivi a intraprendere questa lunga e tortuosa carriera a volte così povera di riconoscimenti e di soddisfazioni personali.

È per questo che hai sempre stimato chi insegna e disprezzato chi invece siede in cattedra senza avere nulla da insegnare.

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