Divise

di cattivamaestra violet

la-malinche1992    Giro l’angolo del corridoio, Anahí  e Iana sono immobili di fronte alla porta della IIIB, reggono una sedia a testa, su entrambe le sedie libri, quaderni e astucci in equilibrio. Sentono i miei passi e si girano. Sorridono.

“¡Hola profe!”

Anahí con me parla solo in spagnolo. I miei alunni madrelingua solitamente hanno genitori latino americani, alcuni di loro sono nati in Italia, altri no ma è come se lo fossero, altri ancora sono qui da poco. Quasi tutti usano l’italiano per comunicare con i compagni e con noi insegnanti, tesi nello sforzo di impararlo senza esitazioni,
ansiosi di essere pienamente parte della comunità scolastica, di confondersi, di potersi far valere nelle conversazioni, nei litigi, nelle amicizie, negli amori, di ridurre quanto più possibile lo scarto tra quello che sentono e le parole che sanno per dirlo, di acquisire i termini che funzionano immediatamente da collante, i primi che imparano: scialla, t’accolli, bella.

Quando i miei alunni madre lingua mi incontrano in corridoio e mi salutano in italiano un po’ mi dispiace, ma immagino che sia per loro uno sforzo eccessivo passare allo spagnolo solo con me in un momento, in un luogo, in un contesto in cui è vitale che si sforzino di dimenticarlo. A casa parlano in spagnolo, a scuola rigorosamente in italiano.

“Mañana te traigo un poquito de Doña Pepa y de Sublime que compré en Peru”
“Gracias amorcito”
“Otra vez profe, no se dice amorcito así, a tu novio se lo puedes decir, no a mí”.
“Pero yo les digo amores a mis amigas también, a las personas que quiero Anahí, no seas tan rígida”
“Bueno profe, como quieras, tú eres la que manda aquí. Pero ya sabes que te equivocas.”

    Il fatto che Anahí mi parli in spagnolo mi emoziona ogni volta, romanticamente penso che mi voglia bene, che io sia per lei un’alleata, una complice, una di famiglia dentro quell’istituzione che sa essere severa ed escludente. Mi emoziona la possibilità che si confondano i ruoli di chi insegna e di chi impara. Anahí fa meno fatica di altri a giocare con le lingue, è nata in Italia ed è sicura del suo italiano, e parla anche francese e arabo perché suo padre è algerino.

“Ma che ci fate qui?”

    Iana mi guarda con gli occhi sorridenti e non risponde. Iana non parla. O almeno non parla ovunque e con chiunque. Parla con chi vuole lei. “Mutismo selettivo”, così lo chiama il DSM V, e così scriviamo noi sui verbali dei consigli di classe, ormai esperti in diagnosi psichiatriche estemporanee. Ma il DSM V è un libro di ricette per piatti che non vengono mai bene e le categorie diagnostiche ci servono a proteggerci dall’angoscia di dover esporci in prima persona ogni volta, e sperimentare e fallire trattando ogni caso, ogni storia, come unica. Alle scuole elementari Iana, appena arrivata dalla Romania, veniva presa in giro per il suo italiano incerto e da un giorno all’altro ha smesso di provarci. Non ha smesso di venire a scuola, anzi, ci viene con piacere, studia, sorride moltissimo, gioca, è campionessa di palla avvelenata. Ha solo smesso di parlare. Non parla con noi né con i compagni di classe, sussurra all’orecchio di due amiche quando nessuno la vede. Poi torna a casa e parla rumeno. L’italiano – la lingua della comunità scolastica, del pubblico, dell’istituzione – era troppo difficile e doloroso, è diventato allora il suo personale terreno di conflitto.

“Insomma dovete bussare?”
“Siamo divise profe, ma in IIIB c’è quello di tecnica, ci sgrida, ¿dónde vas tú? ¿Podemos ir contigo?”
“No Anahí, no. No te va a comer el profe, ¡entrad vamos!”

    Siamo divise è un’espressione che all’inizio mi divertiva e mi turbava allo stesso tempo. “Sono diviso prof” e subito tracciavo con la mente una linea immaginaria che tagliava il corpo di chi la pronunciava in due parti, dalla testa ai piedi, la destra di qua la sinistra di là. Diviso. Ormai ci ho fatto l’abitudine.

    Quando un insegnante è assente e non c’è nessuno che può sostituirlo la classe viene divisa in gruppetti di due o tre per aula. È una prassi consolidata nella scuola ormai, ben organizzata perché si crei meno confusione possibile. Ogni gruppo è assegnato a una classe, sempre la stessa per tutto l’anno. La collaboratrice arriva sulla porta al cambio dell’ora e con la faccia contrita intima al silenzio prima di pronunciare timidamente la frase decisiva: “Manca italiano, adesso piano piano prendete le sedie…”. Esplosione, urla di giubilo, salti e abbracci.
Durante quell’ora i ragazzi fanno da pubblico a lezioni pensate per altri, a volte partecipano, a volte leggono o fanno i compiti per conto loro, a volte con la testa sul banco si annoiano a morte. Eppure essere divisi è la cosa migliore che gli possa capitare nell’arco di una giornata di scuola. Molto meglio che il supplente.
Divisi cambiano spazio, si allontanano dalle quattro mura che li contengono per otto ore al giorno, dal solito banco con le solite scritte e i soliti graffi, dai soliti compagni. Si spostano, si muovono, anche solo per ritrovarsi tra quattro pareti di un altro colore, per leggere altre scritte, per sentire la voce di un prof che non conoscono. Da divisi poi, può succedere di tutto. Elena di IIIA e Giovanni di IIF si sono innamorati perché lui è stato assegnato alla classe di lei. Quest’anno Giovanni ha una professoressa di italiano che viene ogni mattina con il treno da Caserta, ogni sciopero dei trasporti è un batticuore.

“Profe te lo ruego, ¿puedo ir contigo? La verdad me aburro sin hacer nada, allí sentada, sin hablar. Dove vai tu?”
“Ho un’ora buco Anahí, stavo andando in biblioteca a studiare. Ho il concorso, lo sapete. Potete venire con me se volete, se avete compiti da fare.”
Si guardano, un po’ scettiche. Iana sussurra qualcosa all’orecchio di Anahí che subito dopo mi comunica la decisione: “ok,¡Vamos!”

    A scuola bisogna sempre scrivere sul registro tutto ciò che di anomalo succede. Anomalo rispetto al regolamento scolastico. Regolamento che, se fosse seguito alla lettera, farebbe smettere di funzionare la scuola. Nella scuola del regolamento al cambio dell’ora si rimane bloccate sull’uscio ad aspettare il collega che aspetta sull’uscio il tuo arrivo. Immobili. Nella scuola del regolamento si chiede alla collaboratrice di sorvegliare la classe mentre ci si sposta (sorvegliare sì, come i secondini con i detenuti), ma di collaboratrice ce n’è una per piano e, nella scuola del regolamento, è la stessa che accompagna in bagno gli alunni, li porta all’ingresso se qualcuno li viene a prendere, accorre a pulire se qualcuno versa per terra dell’acqua o se sta male e vomita. La collaboratrice ubiqua della scuola del regolamento.

    Il personale si riduce, le classi sono sempre più numerose, e sui pochi rimasti grava il peso di responsabilità sempre maggiori. Non si lasciano soli i ragazzi,  bisogna controllarli sempre, siamo affidatari responsabili di minori, perseguibili penalmente in caso abbandono. Siamo pochi e spaventati.

    Di autonomia a scuola ha parlato per prima Maria Montessori cento anni fa, diceva più o meno: “ti aiuto a fare da solo”. L’odierna sedicente scuola dell’autonomia invece pretende di accompagnare il minore ovunque, lo controlla, non lo riconosce come soggetto capace di badare a sè stesso, lo costringe a star seduto per ore con la minaccia del provvedimento disciplinare. La prigione di un corpo nel pieno della pubertà, e per chi non ci sta è pronta la diagnosi di iperattività e la medicalizzazione immediata.

  I dirigenti si tutelano a colpi di circolari, risolvono il problema della mancanza di personale chiudendo gli spazi e vietando gli spostamenti. Aule e interi corridoi delle scuole sono spesso in disuso, interdetti, cortili immensi distrutti dall’incuria. La biblioteca per funzionare ha bisogno di un bibliotecario, la sala informatica di un tecnico, il laboratorio di arte e quello di scienze di docenti addetti che se ne prendano cura, le ricreazioni in giardino di collaboratori che assistano gli insegnanti. Da quest’anno questi spazi vuoti  potranno essere affidati a privati, e il tempo pieno della scuola di tutti, una conquista delle lotte degli anni 70 del secolo scorso e fiore all’occhiello del modello pedagogico italiano, diventerà solo per alcuni.

    Anahí e Iana poggiano le sedie in corridoio, prendono i libri e insieme saliamo in biblioteca. Insieme. Una prof precaria che insegna lingue a una ragazzina che ne parla quattro e a un’altra che non parla.

   La biblioteca della scuola è un posto poco frequentato, impolverato ma bellissimo. Finestre immense fanno entrare la luce anche se il cielo oggi è nuvoloso, grandi armadi e vetrinette di legno chiaro custodiscono libri di ogni genere, di ogni epoca, testi fuori stampa da decenni, un po’ ingialliti ma integri. In mezzo alla sala due tavoli immensi con le sedie attorno, alle pareti i disegni dei ragazzi, scarabocchi e riproduzioni fedeli di opere d’arte del novecento.

    Le biblioteche sono il mio posto dell’anima, sono il luogo nel mondo dove in assoluto mi sento più a casa. Più a casa che a casa. Nei mesi che ho passato ad Albuquerque, in New Mexico, a studiare per il dottorato, i mesi della solitudine più profonda che ricordo, l’unico luogo che mi dava pace era la biblioteca dell’università, bellissima, con le pareti ricoperte di scaffalature piene di libri, la luce soffusa, e decine di tavoli in fila. Aperta fino a mezzanotte a chiunque. Una casa per tutti e anche mia.

   Mi sedevo, aprivo il libro e il senso di estraneità a quel luogo svaniva, ero insieme a chi mi stava attorno, ero come loro, una studentessa ad Albuquerque, terra di frontiera, plurilingue, bellissima eppure terribile, a poche centinaia di kilometri dal confine  più militarizzato del mondo, dalla città dei femminicidi, terra di deserti meravigliosi e formazioni di rocce rosse infuocate al tramonto, deserti che come il nostro mare sono cimiteri, terra di Ácoma, la città del cielo, il centro abitato dagli indiani Pueblo più antico del continente. Mi sedevo e la nostalgia passava, aprivo il libro e non ero più sola.

    Prima che io possa tirar fuori i libri delle Avvertenze Generali per il Concorso a Cattedra Anahí mi porge sorridendo un volume spesso, cartonato. È una raccolta di fumetti peruviani che non conoscevo, satirici. Loro, dopo dieci minuti a spulciare tra gli scaffali, scelgono due storie brevi per adolescenti, stampate a caratteri giganti e piene di disegni.

   Nessuno sa che siamo qui e non potremmo starci, in questo spazio che è chiuso e proibito ma anche, e soprattutto, nostro. E allora ci mettiamo comode e lo facciamo vivere.

    Ognuna dentro la propria storia e tutte e tre insieme oltrepassiamo le pareti della scuola, il cancello esterno, il raccordo anulare, l’Italia e le frontiere d’Europa. Attraversiamo il Mediterraneo e le differenze tra generazioni, sorvoliamo le Ande e la separazione tra chi insegna e chi impara. Ci mettiamo a cavalcioni tra tutte le lingue che conosciamo e inventiamo parole metà arabe metà italiane, francesi, rumene e spagnole. Giochiamo a stare in equilibrio, un passo davanti all’altro e con cautela, sul confine doloroso tra il silenzio e la parola.

    Alzo gli occhi per guardarle e mi chiedo se va bene o no quello che stiamo facendo, forse avrei dovuto chiedere il permesso, correndo però il rischio di un diniego quasi sicuro. Iana scoppia a ridere mentre legge, e la sua risata è la risposta che cercavo.

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